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Iniziativa federale anti-burqa: "Punire le donne non aiuterà"

Pepita Vera Conforti si esprime sulla riuscita dell'iniziativa: "Facciamo delle montagne per partorire un topolino"

È riuscita l’iniziativa federale che chiede di introdurre il divieto di dissimulare il volto negli spazi pubblici a livello nazionale. Il comitato di Egerkingen ha infatti annunciato oggi di essere riuscito a raccogliere le oltre 10mila firme necessarie. Un successo che rallegra i promotori e che non sorprende l’attivista femminista Pepita Vera Conforti, da noi raggiunta per un commento.

“Non avevo dubbi visto il clima di terrore che si respira in questo periodo. Ma ogni iniziativa fa il suo percorso democratico ed ognuno ha il diritto di esprimersi sul tema, sul quale io non sono d'accordo”.

Non è infatti un mistero la sua posizione in merito al divieto sul burqa…
"La mia posizione è critica, non tanto perché il velo può essere interpretato come un segno di non emancipazione o liberazione della donna. Ma mi chiedo se proibirlo, così come inteso nella legge introdotta in Ticino, faccia veramente un favore alle donne. Se il discorso è l’integrazione, ci sono altri percorsi per realizzarlo, piuttosto che esasperare un’idea di diversità. La mia contrarietà è sul modo, non tanto sugli obiettivi".

L’autore dell’iniziativa e consigliere nazionale Walter Wobmann si è già detto convinto che l’iniziativa verrà accettata dal popolo. Pensa che il tema riuscirà a raccogliere consensi a livello nazionale come successo in Ticino?
"Ci sono diversi passaggi prima di arrivare al voto. In questo periodo in cui siamo impauriti e dove la minaccia è reale e pure amplificata, la nostra sensibilità è particolarmente sollecitata. Ma confido nella capacità di ognuno nel valutare la realtà. In Svizzera il problema della dissimulazione totale attraverso costumi che non sono nostri, è poco sentito. Si registrano infatti pochi casi. A volte spendiamo un sacco di soldi e facciamo delle montagne per partorire un topolino".

Quindi secondo lei il burqa è un non-problema?
"È un problema inesistente dal punto di vista pratico. È come il divieto della costruzione di minareti. Non garantisce la sparizione di predicatori di malafede. Dobbiamo restare pragmatici e vedere le cose come stanno. Se vogliamo integrare queste donne nella nostra società, dobbiamo entrare in empatia e sintonia con loro, capire le loro ragioni e farle sentire parte della società".

Mettiamo il caso che il numero delle donne che indossano il burqa aumenti. Cosa fare in questo caso?
"Se aumenta, bisogna capire il perché del fenomeno, da dove viene. Ed è importante fare una distinzione tra religione islamica e fanatismo religioso. Quest’ultimo fenomeno è da tenere d’occhio. Nel caso una giovane donna comincia ad adottare costumi che rappresentano un fanatismo e non una tradizione personale, allora bisogna capire come agire. Ma sono due lavori diversi. In questo caso bisogna lavorare sulla rappresentazione, sulle aspettative, sui valori, mentre nel caso di donne che indossano il burqa per tradizione, bisogna lavorare sull’integrazione, la lingua e farle sentire parte della nostra società. Bisogna imparare a leggere fenomeni e culture diverse".

Quando la legge anti-burqa è in entrata in vigore in Ticino ha parlato di caccia alle streghe…
"È stato un termine un po’ forte, ma di nuovo si tratta di capire qual è l’obiettivo della legge. Non vogliamo il burqa perché simbolo di sottomissione delle donne, ma allo stesso tempo andiamo a punirle, facendole pagare la multa e le mettiamo nella condizione che magari non possono più uscire di casa? È un obiettivo che si ritorce sulle stesse donne. Se l'obiettivo è di liberare le donne dalla sottomissione, punirle non le aiuterà di certo".

Redazione | 13 set 2017 22:16

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