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"Un castello di carta fragile"

Così il legale del commerciante portoghese ha definito l’impianto accusatorio della pp Marisa Alfier

“A volte la vita si confonde tragicamente con la letteratura”. Cita Dostoevskij e Ungaretti per rievocare l'universo malato in cui è andato in scena il macabro assassinio di Daro. A prendere la parola per primo questa mattina al vecchio Pretorio di Bellinzona è Mario Branda, legale della famiglia della vittima. Un lungo intervento il suo, nel quale Branda ha voluto ricordare la figura di Arno Garatti, ucciso barbaramente la sera del primo luglio 2011, per poi contrapporla a quella della moglie. Da una parte un uomo generoso che cercava il conforto di una relazione coniugale. Dall'altra una donna calcolatrice e fredda che ha istigato il figlio ad uccidere il marito. “In tutta la tragedia c'è un solo movente”, ha detto Branda, “ed è quello della madre: Ottenere la rendita vedovile”. Branda ha quindi chiesto come risarcimento del torto morale 50 mila franchi.

La parola quindi è passata al difensore del 29enne Kossovaro. L’avvocato Stefano Pizzola ha chiesto il proscioglimento del suo assistito dall'accusa di favoreggiamento avanzata venerdì dalla procuratrice pubblica Marisa Alfier. Secondo l'avvocato difensore non sussistono le condizioni oggettive per questo reato, in quanto il 29enne Kossovaro - con gravi problemi psichici - non ritardò l'intervento della giustizia penale. Anzi, fu proprio lui ad avvertire la polizia. “In questa vicenda si è trovato coinvolto unicamente, ha concluso Pizzola, per scoprire cosa fosse realmente accaduto nell'appartamento di Daro”. Secondo Pizzola il 29.enne non voleva partecipare all'occultamento del cadavere, come invece ha sostenuto l'accusa pubblica. Respinta anche la tesi secondo cui fu il ragazzo kossovaro a proporre di depezzare il cadavere di Arno. Lo prova il fatto che l'autore materiale del reato acquistò una sega dal commerciante portoghese il giorno stesso dell'uccisione di Arno, quando ancora il 29.enne non era al corrente di nulla.

Nel primo pomeriggio la parola è quindi passata a Daniel Ponti. Il legale del commerciante portoghese ha parlato per tre ore. Obiettivo: smontare la tesi della procuratrice pubblica, definita dal legale “un castello di carta fragile”. Secondo l'accusa – ricordiamo - il commerciante non solo armò il giovane con l'ascia ma aiutò anche il minore a spostare il cadavere dal corridoio al bagno. “Niente di più falso”. Secondo Daniel Ponti, “l'accusa chiede l'ergastolo sulla base di possibilità”. Per Ponti, infatti, “non ci sono prove che il commerciante portoghese fosse presente nell'appartamento di Daro la sera dell’assassinio”. Quanto all'ascia si è trattato di una normale compravendita. Il commerciante non pensava minimamente che potesse servire ad uccidere un uomo. Per concludere: “manca il movente. Perché mai il commerciante avrebbe voluto la morte di Garatti?” Ponti ha quindi chiesto il pieno proscioglimento dall'accusa di correità in assassinio e l'immediata scarcerazione del suo assistito.

Domani parlerà il legale della madre, accusata di essere la mente della tragedia. Anche oggi, lei, ha seguito impassibile il suo processo.

fp

minols | 31 lug 2012 09:51

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