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La bidimensionalità nelle tele di Bien Tran

Su TalenTi l'artista di Gentilino. Suo nonno gli diceva sempre: "Diventerai un grand'artista o un calciatore"

Bien Tran è nato a Gentilino nel 1984 da padre cinese-vietnamita e madre italo-polacca, crescendo avvolto in un ambiente di passione per l’arte trasmessagli dal nonno materno, pittore espressionista. È infatti proprio grazie a lui che Bien, all’età di 5 anni prende per la prima volta in mano colori e pennelli, dipingendo il suo primo olio.

Gli studi allo CSIA di Lugano gli hanno in seguito permesso di scoprire l’arte nelle sue più svariate forme e di acquisire le nozioni e le basi necessarie per poter da libero sfogo alla sua fantasia.

Per Bien dipingere è sinonimo di ricerca di stabilità interiore, di equilibrio tra realtà ed immaginazione. Le sue opere, tele o sculture, rispecchiano passaggi della sua vita trasformati grazie ad immaginazione, creatività e giochi cromatici.

Dal 2006 ad oggi Bien ha dipinto 120 olii su tela, 10 acrilici e creato 3 sculture. Attendiamo dunque che ci comunichi la data della sua prima esposizione! Continua così!

In che modo ti sei avvicinato all’arte? Quando hai iniziato a dipingere?

Posso dire di essere nato nella pittura. Sono infatti cresciuto a Gentilino dove, dai 4 ai 14 anni ho assorbito l’arte nell’atelier di mio nonno, Edmondo Dobrzanski, pittore della condizione umana di matrice espressionista.

Il primo olio l’ho fatto all’età di 5 anni: continuavo a correre in giro per il suo studio fino a quando mi diede in mano un pennello e un pannello di legno dicendomi: “Disegna!”

Ho poi continuato a dipingere, ma solo saltuariamente, facendo qualche quadro qua e là, fino al termine degli studi presso lo CSIA di Lugano nel 2005. Fino a quel momento mi ero dedicato alla scoperta dell’arte in tutte le sue forme, ma non avevo ancora la consapevolezza che quella sarebbe stata la mia strada. La svolta è infatti avvenuta un anno dopo, nel 2006 grazie ad un sogno ricorrente di un uomo, un vagabondo che, trascinando un carrello della spesa, camminava senza meta e che mi ha spinto a riportare su tela quelle immagini persistenti.

È nato così il mio vero e proprio primo dipinto, un olio su tela di 90x60 cm intitolato “Il Vagabondo”. I quadri precedenti erano più uno sfogo inconsapevole verso la strada che avrei intrapreso in futuro. Con “Il Vagabondo” mi sono trovato!

Qual è stato l'incipit della tua carriera artistica?

Sin da piccolo mio nonno Edmondo Dobrzanski soleva ripetermi: “Diventerai un grand'artista o un calciatore.”

Nel 1997 è venuto a mancare ma, fortunatamente, dopo di lui l'incipit di forza me l'ha dato mia nonna. Nel 2007, dopo aver visto per caso il dipinto "Il Vagabondo", mi chiese chi l’avesse fatto, e quando le risposi che ero stato io, entusiasta, mi invitò a tornare nell’atelier di mio nonno ad usare i materiali rimasti dal 1997. Per me fu un onore e una soddisfazione personale immensa, siccome sapevo che lei, dopo la scomparsa del nonno, non permetteva a nessuno di varcare quella soglia.

Dal 2007 al 2011 ho così dipinto nello studio di Gentilino, producendo circa 30 tele di varie misure, dai 50x70 cm ai 150x300 cm.

Un grande merito lo devo quindi a mia nonna Onorina Dobrzanski. Ad ogni quadro finito chiedevo il suo parere e lei sempre mi diceva: “Sì, è bello, ma non quanto Il Vagabondo.” Alla sua scomparsa ho capito il motivo delle sue parole, del suo giudizio: era un modo per incitarmi a sperimentare, a creare, a fare numero e soprattutto a trovare il mio stile.

Come definiresti la tua arte? E cosa di un tuo dipinto mette meglio a fuoco la tua personalità artistica?

La mia arte è una fusione di diversi elementi. Ogni quadro è un passaggio di vita, sono pensieri che ho avuto, situazioni che ho vissuto e che poi, grazie all’immaginazione, ho trasformato. Per me l’arte è come un alfabeto le cui lettere non sono ancora state scoperte del tutto. Col passare degli anni ho trovato il mio alfabeto artistico, la mia corrente. Ogni tela la si può leggere, ogni quadro deve parlare, stupire e raccontare.

Penso che la mia mano lasci già la firma. Potrei non firmare le mie tele, ma se non le firmo… rischio di non ricordarmi che il quadro è finito e potrei andare a toccarlo, e ritoccare non è mai un bene. Trovo sia meglio non tornare indietro… perché, se così facessi, mi ritroverei ad avere tele rotte, per il nervoso di averle rovinate, o quadri neri che non mi rispecchierebbero, perché a me la vita piace piena di colori!

Quanto delle tue origini italo-polacche / cinesi-vietnamite troviamo nelle tue opere? C’è una traccia autobiografica nei tuoi lavori?

Mi reputo veramente fortunato e avvantaggiato dalle molte mescolanze etniche di famiglia vietnamita - cinese – italo – polacca, con antenati greci, spagnoli e russi. Mi hanno segnato, così come hanno inciso e continueranno ad incidere nella mia arte attraverso i miei quadri e le mie sculture.

La comprensione per le diverse religioni, etnie, abitudini e costumi mi facilita a vivere più sereno e a sperimentare concetti di vita molto ampli e sconfinati.

La mia pittura è in continua evoluzione, è un diario di vita che ogni giorno può cambiare, un melange, una fusione, un esperimento che mi spinge a scoprire sempre nuovi concetti e forme differenti, alfabeti per esprimermi e per farmi stare in piedi... La pittura per me è una sorta d'equilibrio.

Ho delle regole che mi sono creato col tempo: vivere la vita, sviluppare il concetto, pesare a modo mio la tela per arrivare a sorridere incastonando le emozioni, tenendole vive e dando un senso di tremolio al finale, come se la tela prendesse vita .

Ho la tecnica di un adulto e l'immaginazione di un bambino nello stesso istante.

Che cosa provi quando dipingi? Che cos'è per te l'ispirazione?

L’ispirazione parte dalla vita. Quanto la vivo provo un senso di libertá, che mi permette di trovare la tranquillità necessaria per attingere ai miei ricordi, per liberarmi dai problemi e scrivere su un diario pensieri positivi che mi danno equilibrio. Nella vita di tutti i giorni mi capita di provare sensazioni come l’angoscia o di lasciarmi andare in una risata quasi esagerata; l’arte mia aiuta a trovare una stabilità personale di equilibrio tra realtà e immaginazione.

Tecnicamente come inizi un’opera, hai un metodo preciso?

Fin’ora ho dipinto all’incirca 120 olii su tela, 10 acrilici e creato 3 sculture. Solitamente ho un’idea, che sviluppo nella maniera più dettagliata possibile nella mia mente e, appena mi sento pronto, prendo pennelli e tela e inizio a dipingere o a creare la scultura che ho precedentemente visualizzato.

Nel corso degli anni ho affinato la mia tecnica, riuscendo così a trovare il mio stile. Il principio che regola ogni mio quadro è la ricerca, ma soprattutto il rischio. La mia sfida è quella di aggiungere elementi e concetti, perfezionare le mie tecniche e andare sempre oltre, in un viaggio tra passato, presente e futuro alla ricerca di nuovi concetti e illusioni.

Quando dipingo ho delle regole personali che mi portano sempre a terminare l'opera col sorriso.

In che modo riesci a racchiudere nelle tue opere illusione, percezione ottica, ribaltamento dei concetti e tremore?

La caratteristica principale di gran parte dei miei quadri è il capovolgimento dei concetti che riesco ad ottenere grazie alla fusione dei diversi periodi artistici (astratto, reale, surreale, cubista) a partire dai quali, a dipendenza del concetto da cui parto o a cui voglio arrivare, trovo l’illusionismo tramite la percezione ottica. Trovo che l’illusionismo sia l’unica cosa che un artista, oltre alle emozioni, ha di suo. Grazie ad esso è infatti possibile scrivere su tela, raccontando la propria vita attraverso il ricordo del passato. Il ”compito” dell’osservatore è poi quello di interpretare le storie che vengono raccontate e riuscire a riconoscerne le illusioni. Resto comunque del parere che è principalmente chi ha la mente libera dalle preoccupazioni ad essere portato a riconoscere le illusioni… mentre chi si trova sotto stress rischia di perdersene gran parte.

Ogni mio dipinto deve inoltre tremare: quando sento che un mio quadro inizia a muoversi davanti ai miei occhi, mi fermo io. Perché quando un dipinto trema, per me ha raggiunto la perfezione.

Così come le mie tele, anche il mio nome racchiude questi concetti: Bienart è un gioco di parole: “bien”, in francese e “art” in inglese. È una fusione del mio nome con il mio cognome al contrario (Tran – Art). Mi piace capovolgere per creare curiosità.

“P-360• gradi è un’opera ad olio su tela 70 x 50 cm con una cornice rotante, un quadro di cui la parte centrale si può girare di 180° dando così vita ad un’immagine completamente diversa. Hai iniziato con un progetto o l’idea ti è venuta man mano che creavi?

Sono partito da un’idea, ho in seguito sviluppato un concetto e, mentre dipingevo, osservando la mia tela, ho avuto l’ispirazione per il titolo. Questo quadro mi ha letteralmente aperto la mente! È l’anello mancante della mia corrente. Quello che desideravo fare era riuscire a stupire, creando qualcosa che non era ancora stato fatto. P-360° mi ha letteralmente aperto l'immaginazione. L’ho iniziato nel 2008 e terminato tra il 2012 e il 2013.

Quando mi trovavo a metà della produzione dell’opera, ho trovato il titolo ideale: P- 360°. Osservando il dipinto, a dipendenza di come lo si giri, si possono vedere diversi soggetti e oggetti, tutti accomunati dalla stessa iniziale, la “P”. Un pagliaccio, un paesaggio, una pianista, e così via. La lettera P mi ha fatto riflettere, immaginare e trovare le mie illusioni, il mio sorriso.

Hai una filosofia di vita o un motto?

“Vivi la vita che il tempo vola!” e “L’arte la fai quando arrivi al punto di dimenticarla.”­

Metti i tuoi quadri in rete? Dove possiamo vederli e acquistarli?

Posto le foto delle mie opere su Facebook e Instagram, sul mio sito internet www.bienart.ch e su google playstore.

Ti dispiace doverti staccare da un pezzo che hai venduto?

A dire il vero fin ora non mi sono ancora posto il problema, ma credo che starò male… è per questo non mi sono ancora staccato dalle mie tele e sculture. Ho promesso dei quadri a persone che me li hanno chiesti, ma non li ho ancora venduti .

Al buio io li ho creati, li ho vestiti di colori sino a dar loro un nome, una vita, come fossero dei figli. Sono qui al buio ora… ed è come se stessero dormendo, qui accanto a me.

Dopo la prima esposizione mi sono promesso di iniziare a vendere.

Progetti in corso e obiettivi che desideri raggiungere?

Esporre e terminare l’applicazione BienarT, ma soprattutto andare avanti a vivere l'arte dipingendo, sperimentando sempre più le mie curiosità e proseguire il mio diario nel viaggio artistico che spero mi accompagnerà per tutta la vita.

Grazie Sharon e un caro saluto a tutti i lettori di TalenTI, Bien Tran.

http://bienart.ch

Facebook: BienarT

Instagram: bienart

Google Play Store: Bienart

Contatto TalenTI: [email protected]

Facebook: TalenTI / TicinoNews

Sharon Boffa | 11 gen 2016 05:20

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