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"Io, svizzero, vorrei unirmi all'ISIS"

A parlare un 34enne argoviese intenzionato a combattere. "Qui in Svizzera non ho futuro, in Siria invece..."

“Sì, vorrei unirmi all’ISIS e morire sul campo di battaglia”. A parlare, intervistato dall’Aargauer Zeitung, è A.S., un 34enne svizzero di origine macedone di Liestal (BL) recentemente indagato per infrazione alla Legge federale che vieta i gruppi Al-Qaïda e Stato islamico nonché le organizzazioni associate per aver postato video di diverse efferate esecuzioni perpetrate dal Califfato.

Le autorità svizzere, spiega l’uomo, gli hanno ritirato il passaporto per impedirgli di lasciare il Paese. Già perché A.S. non si è limitato a condividere immagini i e video legati al terrorismo islamico ma vorrebbe impegnarsi in prima persona tra le fila dell’ISIS.

“Qui in Svizzera non ho un futuro – ha spiegato – Voglio mostrare a tutti quello di cui sono capace. Qui in Svizzera non posso, in Siria sì”. L’uomo afferma di non poter condurre una vita normale a causa delle sue simpatie per l’ISIS. “La Polizia mi ferma e controlla regolarmente. La mia vita qui a Liestal negli ultimi anni è stata rovinata”.

L’uomo proviene da una famiglia musulmana non praticante, ma ha riscoperto la religione dopo l’11 settembre. “È lì che il mondo ha iniziato a tramare contro il mondo musulmano”, afferma. La vita lavorativa è stata un fallimento: nel 2006 viene licenziato dalla fabbrica dove lavorava mentre qualche anno dopo si licenzia da una ditta edile. “Lavoravo con degli idioti”, si lamenta. Durante il procedimento a suo carico uno psichiatra gli diagnostica una lieve forma di depressione. Da quattro anni vive grazie a 900 franchi mensili versati dall’assistenza.

L’unica svolta, per lui, è combattere. “Mi sento un predestinato alla guerra. Nell’Esercito svizzero ho imparato a usare il fucile. È normale per un giovane provare il desiderio di combattere”. L’uomo non è interessato ad attacchi in territorio Europeo. “Voglio attaccare obiettivi militari, non i civili. L’ideologia dell’ISIS è secondaria, voglio combattere e basta”.

Semplici proclami? No: nel 2014 le autorità federali erano venute a conoscenza delle sue simpatie e avevano iniziato a sorvegliarlo. Un anno dopo, un blitz presso la sua abitazione ha portato alla luce un’arma da fuoco detenuta illegalmente oltre a un quantitativo di munizioni. A.S. aveva più volte affermato di voler morire sul campo di battaglia ed era stato sanzionato con una pena di sei mesi sospesa condizionalmente per due anni.

Il suo desiderio potrebbe presto diventare realtà: la Procura federale gli ha sì ritirato il passaporto ma una volta terminate le indagini dovrà restituirglielo. Un’eventualità che la Fedpol vorrebbe evitare, da qui la richiesta al Consiglio federale di una modifica legislativa per permettere il ritiro preventivo dei documenti delle persone sospettate di legami con l’ISIS.

Ma per A.S. potrebbe aver già lasciato il Paese.

Redazione | 20 mar 2017 10:12

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