Accedi4/10°

"Federologia" spinta per Wimbledon

Roger saprà cogliere il 17° Grande Slam nel suo "giardino"

di Simone Basso

Cominciamo l’analisi abolendo qualsiasi ambiguità: fossimo scienziati dell’osservazione tennistica, un bel mestiere (sempre meglio che lavorare), dovremmo definirci innanzitutto “federologi”. Abbiamo perso il conto delle partite del fenomeno di Basilea viste; non è nemmeno una questione di tifo, perchè potremmo battezzarci pure “nadalisti” o, appagando meglio il senso estetico (ma solo quello sensuale), “sharapovisti”. Però con Roger Federer, un pò come con Pete Sampras e Stefan Edberg nelle generazioni precedenti, c’è il rispetto e lo stupore di una beltà tennistica superiore.
Ebbene, il suo meriggiare domenicale pallido e assorto in quel di Halle ci ha incupito parecchio. Trattandosi del Mago Merlino, ovvero di uno scherzo della natura, pretendiamo forse troppo: ci dimentichiamo del chilometraggio accumulato e della carta d’identità. Il suo approccio a Wimbledon, o a quel che ne rimane, è contraddittorio. La conferma, a dispetto di un’erba non velocissima, è che il prato verde è un altro gioco; lo sanno anche Nadal e Djokovic, gli utilizzatori finali di un’omologazione che ha permesso loro di profanare il tempio.
In Germania e al Queen’s lo scenario è stato simile: emergono quelli dotati di vincenti veri, di colpi di puro istinto. Vedere un 34enne (Haas), un 32enne (Federer) e un 30enne (lo sciagurato Nalbandian) nelle due finali toglie ogni dubbio: il “robotennis”, un’espressione di forza bruta, fisica e mentale, su superfici meno lente non paga. Peccato che lo slam londinese, tra lolium perenne, condizioni farlocche e i tre set su cinque, regalerà altre opportunità ai cyborg.
Roger dunque, distratto da un Tommy Haas sontuoso, ci è parso a scartamento ridotto. Haas ha preso la pagliuzza corta, cioè un grande talento che – al netto degli infortuni – avrebbe avuto una carriera con più vittorie di qualità; il rovescio del tedesco è ancora uno dei migliori del circuito. A consolare il sei volte vincitore di Wimbledon c’è la certezza che pochi, oltre al vecchio Tommy, sappiano interpretare questa tipologia tennistica.
Sarà infatti decisivo il sorteggio del tabellone: non solo il posizionamento del nostro, scomoda terza testa di serie, rispetto a “Nole” e “Rafa”, ma l’incontro con eventuali outsider. Pericolosi, talvolta letali, nei dì giusti: gli emergenti Tomic, Raonic e Dimitrov; i caratteristi Isner, Cilic, Mahut, Kohlschreiber. È un torneo molto aperto e incerto, anche per quelli che un Grande Slam non l’hanno mai vinto (Tsonga, Murray, Berdych) e che stavolta intravedono una possibilità concreta. Tutt’altro che secondarie le condizioni meteorologiche: il tetto del centrale modifica solo in parte un assioma storico. La pioggia, l’umidità, favoriscono l’atteggiamento offensivo; il caldo secco brutalizza, esalta, il concetto di “terba”, amica dei regolaristi.
Tornando al campionissimo elvetico, il Federer di Halle è lo stesso del Roland Garros. Ha smarrito il diritto, il colpo con il quale impone la sua legge; non sappiamo se è un’anca dolente, un virus o un ritardo di preparazione studiato per il doppio evento inglese (dopo i “Championships” ci sono le Olimpiadi). È soprattutto una questione di mobilità perchè appare evidente quanto sia errata la ricerca della palla sul suo lato destro. Quindi diventa falloso anche con l’altra arma totale, il servizio: al Gerry Weber Open l’ha perso tre volte (la prima occasione nell’epilogo contro Youzhny in semifinale) negli ultimi tredici turni di battuta. Troppo per i suoi standard abituali.
Per farla breve, questo Roger non è da corsa; negli anni ci ha però abituato (pensiamo a Melbourne 2010 per esempio) a momenti di grazia improvvisi, abbacinanti. E le due settimane sembrano ottimali per consentire questa rimonta: il Federer ammirato a Indian Wells, solo tre mesi fa, basterebbe per conseguire lo slam numero diciassette...
SerenaB | 22 giu 2012 14:52