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Olanda-Germania 38 anni dopo

La sfida di stasera ci riporta indietro ai Mondiali del 1974

di Paolo Galli
Monaco, 7 luglio del 1974. Quella sera, dopo la finale tra Germania e Olanda, Rinaldo Giambonini, allora inviato del GdP ai Mondiali tedeschi, iniziò così il suo pezzo: «È brutto che una gara come questa debba terminare con una sconfitta. Dopo aver offerto per un mese spunti e concezioni di gioco completamente nuovi, dopo aver mostrato un gioco brillante per concezione e praticità, l’Olanda è stata sconfitta. Ma da chi? Da una Germania che, a sua volta, è andata migliorando di gara in gara. L’Olanda ha dunque perso contro una grandissima nazionale».
È il mio personalissimo sogno, quello di poter arrivare a riportare – senza smanie di protagonismo, sia chiaro –, un giorno, di un calcio fatto di “concezioni di gioco completamente nuove”. Un aggettivo che tormenta ogni cronista, quel “nuovo”. Sì, perché negli anni della globalizzazione, tutto tende a somigliarsi, a somigliare a ciò che lo ha preceduto. Le novità rappresentano qualcosa che va oltre la bellezza, perché possono destabilizzare, possono spostare equilibri e idee, cancellando sicurezze e ruggini. Nell’ultimo ventennio il calcio mondiale ha sussultato soltanto di fronte alla crescita del Barcellona e della Spagna, alla loro manovra ossessiva, al loro gioco di prima. La bellezza, sì – che incomprensibilmente non unisce... –, ma non la novità, non più. Il bello invecchia in fretta oggi e lascia spazio alle troppe analisi, e quindi al brutto.
Tornando a Giambonini, commovente addirittura il suo esordio, quel “È brutto che una partita come questa debba terminare con una sconfitta”. Partite come quelle sono merce ormai sempre più rara, così come raro è il desiderio da parte del pubblico neutrale di un “no contest”. Due squadre che contemporaneamente, nello stesso appuntamento – non soltanto in una singola gara –, giocano così bene da spingere lo spettatore all’imbarazzo della scelta sino alla fine: tifo una o tifo l’altra? Stili di gioco differenti, magari, ma pur sempre... stili.
E “stilosissimo” era anche il portamento dei calciatori in campo. Andando a rivedere quella finale – su “Youtube” la trovate nella sua versione integrale, di fronte alla quale lunedì sera Ucraina-Svezia è semplicemente sparita dalla mia tv –, ho invidiato le basette del sublime Neeskens e di alcuni suoi compagni, mentre ho sorriso di fronte ai riccioli di Breitner (che in quel caso il “nostro” Dalmazio Ambrosioni definì «il maoista fattosi terzino») e a quella strana “ondina” sulla testa di Vogts. Personalità espressa da quelle pieghe, a cavallo tra il rock e il pop, ma anche dalle movenze di chi osava portarle, a cominciare da Cruijff e dalla sua testa sempre così alta e da Beckenbauer e dalla sua calma olimpica. Per non parlare dei due portieri: Jongbloed, beatnik olandese, tabaccaio comunista, con l’inedita maglia numero 8, senza guanti, e Maier, rigorosa icona del Bayern e della nazionale tedesca, con guanti grandi grandi: appunto, una questione (anche) di stile.
Gli spazi in campo, visti oggi, erano addirittura abnormi, così come gli schemi tattici illeggibili. Era il calcio totale dell’Olanda, d’accordo, a cui i tedeschi tentavano in qualche modo di opporsi, non attraverso barricate o rinunciando a giocare, anzi. L’Olanda – il primo gol di quella finale ne è un esempio esaustivo – giocava spesso altissima, con Cruijff (e non solo) libero di muoversi ovunque, da un estremo all’altro. La Germania si difendeva con undici uomini dietro la linea della palla, ma ripartiva con una modernità e con un’ampiezza addirittura clamorose. I capovolgimenti di fronte si susseguivano con frenetica insistenza, e allora i due tecnici, Schön e Michels, avevano il loro bel daffare per mantenere una parvenza di ordine in campo. Ma quel caos costruito era davvero molto affascinante, e soprattutto divertente. Era un calcio ancora libero, forse l’ultimo calcio libero della storia. Quello di stasera non lo sarà, nonostante in ballo non ci sia direttamente il titolo mondiale.
PatrickD | 13 giu 2012 10:21