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Paolo Camillo Minotti - 10 motivi per votare “Sì” a No Billag"

Alla vigilia della chiusura dei seggi vorremmo riassumere i motivi per cui appare opportuno votare Sì all’iniziativa No Billag, in barba alla martellante campagna dei contrari che va giù dura con la demagogia e che non risparmia bugìe, intimidazioni e falsità pur di estorcere alla maggioranza dei cittadini un No. Ci rivolgiamo a chi ha una capacità di raziocinio e di giudizio indipendente. Perché chi è manipolato (e magari contento di esserlo) voterà No.

Dopo aver assistito a questa campagna vergognosa, censuratrice e a senso unico (non solo da parte della RSI ma pure da parte dei tre quotidiani), non resta altra scelta a una persona intelligente che votare Sì, al limite anche qualora si avesse qualche dubbio sul testo dell’iniziativa e sullo scenario del “dopo” (Infatti gli scenari nuovi per essere conosciuti vanno prima forgiati e percorsi: vedasi il punto 10). La campagna dei contrari è stata talmente arrogante e aggressiva che ha disvelato la vera natura della Tv di Stato e dei suoi sostenitori: non è possibile che una buona causa venga sostenuta con tale prevaricante arroganza e con tale cinismo. Come dice il Vangelo: una pianta la si giudica dai frutti che dà.

1) Per la libera scelta dei media cui abbonarsi Votare Sì è un atto dovuto, perché in un Paese libero e evoluto non si può costringere una persona ad abbonarsi a dei programmi radio-tv contro la sua volontà, come non ci lasceremmo prescrivere dallo Stato se e a quale quotidiano o settimanale abbonarci, ma possiamo fortunatamente ancora fare liberamente questa scelta. La possibilità di erogare le trasmissioni solo a chi paga il canone è d’altra parte tecnicamente possibile, basta volerlo.

Tra l’altro la tassa Billag come modificata nel 2015 (e che entrerà in vigore in caso di rigetto di No Billag il 1. Gennaio 2019) è anticostituzionale e verrà sicuramente impugnata davanti ai Tribunali al momento della sua entrata in vigore. In effetti essa è stata trasformata da tassa sul possesso di un apparecchio ricevente radio o tv, come finora, in una imposta generalizzata prelevata su tutte le economie domestiche e le aziende; ma a tutt’oggi non esiste la base costituzionale per il prelievo di una simile imposta!

2) La tassa Billag è iniqua e antisociale La tassa Billag va abolita anche perché è antisociale. Finanziare il carrozzone della Tv di Stato (che non comprende peraltro solo l’informazione di interesse pubblico ma pure l’intrattenimento, per non dire l’istupidimento) tramite una tassa obbligatoria uguale per tutti (dal direttore dell’UBS o dal professore universitario fino al lavoratore precario o al pensionato), è iniquo e grida vendetta in cielo. Se almeno questi soldi, che equivalgono a una mensilità supplementare (o una mensilità e mezzo) di premi di cassa malati, fossero spesi con parsimonia ed economicità, ma non è il caso! Per molti cittadini e nuclei famigliari questo onere supplementare causa ristrettezze, obbligandoli a tirare la cinghia per qualche settimana o precludendo altre scelte preferite.

Chi, come il professor Baranzini e i sedicenti Amici della RSI, strombazza a destra e a manca che 365 franchi sono pochi perché non sono neanche un caffè al giorno, è cinico e si comporta come dei Robin Hood all’incontrario, che rubano ai poveri per ingrassare una casta di privilegiati!

Per renderla in qualche modo sopportabile per tutte le economie domestiche, una tassa Billag come attualmente concepita dovrebbe – semmai – non essere superiore ai 200 franchi all’anno: è quanto era stato proposto dall’UDC nell’ambito della discussione alle Camere federali sull’iniziativa No Billag Purtroppo questa soluzione di compromesso non è stata seguita: la signora Leuthard e la lobby pro-SSR nel parlamento, non ne hanno voluto sapere! Non ci resta quindi che sostenere l’iniziativa No Billag.

3) Per una Tv indipendente dal potere politico Bisogna votare Sì per dare un segnale in direzione di una Tv indipendente dal potere politico e dai partiti. L’attuale SSR e le sue reti, quale più quale meno, sono irrimediabilmente sottomesse all’influenza della politica, perché la struttura fu sin dall’inizio lottizzata partiticamente. Inoltre e soprattutto la SSR dipende direttamente dal Consiglio Federale, che fissa l’ammontare del canone e nomina alcuni membri del suo CdA.

Questa dipendenza non è esente da contropartite (sarebbe da ingenui crederlo), e lo si nota vistosamente nell’informazione politica nazionale: basta vedere come i telegiornali trattano certi temi controversi (politica europea, immigrazione, ecc.) dove il C.F. è confrontato con un’opposizione molto forte di parte della cittadinanza; oppure vedere con quali riguardi vengono trattati i consiglieri federali (soprattutto quelli politicamente decisivi per la SSR come la signora Leuthard che dirige il Dipartimento competente). Qualcuno ha forse già visto un giornalista SSR fare una domanda critica in un’intervista o in una trasmissione tv a un consigliere federale? Non parliamo poi dei consiglieri federali socialisti, ai quali si stendono tappeti rossi….

4) Per un paesaggio mediatico pluralista Bisogna votare Sì perché la SSR con la sua espansione (per es. nel settore online) sta mettendo in difficoltà la stampa scritta; rispettivamente in parte quest’ultima è già condizionata ed asservita al carro SSR per il fatto che le aziende editoriali di riferimento – essendo attive anche in una tv regionale - usufruiscono anch’esse di una piccola quota parte dei proventi del canone: insomma sono sulla stessa barca della SSR e fanno fronte comune (si veda per es. quanto spazio il CdT ha dedicato alla campagna dei contrari a No Billag). D’altra parte è deleterio il fatto che una Tv di Stato, che gode già di una situazione privilegiata grazie al canone obbligatorio, faccia alleanze con alcuni grandi gruppi editoriali privati (vedasi per esempio il “pool” pubblicitario SSR-Swisscom-Ringier) acquisendo in tal modo una posizione dominante non solo nel settore radio-tv ma su tutti i massmedia del Paese.

Rammentiamoci quanto 20 anni fa veniva attaccato Berlusconi per il fatto che, essendo proprietario sia di reti Tv sia della principale agenzia di pubblicità in Italia (Publitalia), avrebbe potuto condizionare anche le reti RAI nonché la stampa scritta di tutti gli altri editori. Questo pericolo in Italia è stato sventato, essendo nel frattempo sorto tra l’altro il “terzo polo” televisivo dell’editore Cairo. Ma si tratta di una prospettiva pericolosa, soprattutto per il nostro Paese dalle dimensioni ridotte, perché potrebbe portare a un quasi monopolio editoriale e indirettamente a “un pensiero unico”. D’altronde già si constata l’esistenza di un mainstream unico in cui naviga la maggior parte dei media; una accresciuta influenza della SSR renderebbe irreversibile questa situazione, con un grave pericolo per la libera espressione delle opinioni e per la democrazia! Per salvare il pluralismo e la libertà d’espressione, la SSR va ridimensionata e gli si devono mettere dei limiti chiari!

5) No Billag non è uguale a No SSR L’abolizione del canone non significa d’altra parte l’abolizione della SSR e della RSI, come paventato dai contrari che su questo concetto hanno fatto un vero e proprio “terrorismo
mediatico”. Ripetendo come un mantra che un Sì a No Billag significa la morte della SSR e della RSI, i contrari applicano nei fatti il famoso motto di Goebbels che diceva “Wiederholung macht die Wahrheit” (ovvero: “una bugìa purché ripetuta incessantemente diventa verità”). La SSR ha discrete chances di sopravvivere se saprà gestirsi più economicamente e puntare sulla qualità e sull’indipendenza dell’informazione; in definitiva sarà la popolazione a decidere se continuare a sostenerla oppure no.

Chi teme che senza una tassa coercitiva la popolazione non la sosterrà più, implicitamente ammette che la qualità dell’attuale Tv di Stato lascia a desiderare! Un sì all’abolizione del canone può quindi essere un’occasione e uno stimolo per la SSR a riformarsi e a diventare più attrattiva. Certo, non neghiamo che per la Tv di Stato sarebbe una bella sberla (o se volete: uno “choc”), ma talvolta le sberle sono salutari. Per i dirigenti dell’azienda sarebbe una bella sfida, perché dovrebbero dimostrare di saper fare meglio con meno mezzi.

Come potrebbe continuare la SSR ad assicurare il proprio finanziamento? Lo si è già detto e qui lo ripetiamo: tramite abbonamenti facoltativi, tramite la pubblicità come finora ed eventualmente – se le Camere federali lo vorranno - anche tramite un contributo pubblico diretto della Confederazione versato non alla emittente in quanto tale ma come remunerazione per certe prestazioni di servizio pubblico giusta gli articoli costituzionali per la tutela delle minoranze linguistiche e per la promozione della cultura.

L’ USAM in una presa di posizione di un mese e mezzo fa ha quantificato a quanto potrebbe ammontare questo aiuto, come pure il bilancio finanziario complessivo della nuova SSR. Ovviamente questo aiuto federale (per esempio tramite un mandato di prestazione quadriennale) non sarebbe equivalente ai 1200 milioni all’anno attualmente incassati dalla SSR grazie alla tassa Billag, ma molto inferiore; ma comunque più che sufficiente per finanziare un buon servizio pubblico, a condizione di applicare una gestione più economica e oculata (che finora alla SSR e soprattutto alla RSI non sanno neanche che cosa sia).

6) Per un vero servizio pubblico che dia rendiconto! Una modalità di finanziamento come esposta nel punto precedente avrebbe i seguenti importanti vantaggi: A) prima di tutto per rendere operativo questo mandato si dovrebbe stabilire chiaramente che cosa sia da sostenere con questi soldi pubblici e a tal fine si dovrà fare finalmente una discussione approfondita alle Camere federali e nel paese sul servizio pubblico, che da molto tempo si sarebbe dovuta fare e che era stata promessa 2 anni fa dalla signora Leuthard, ma mai fatta.

Dovrà essere fissato a quali condizioni la nuova SSR (o ev. anche altre tv) abbia diritto a tale aiuto: per l’essenziale si tratterebbe di un aiuto finalizzato a permettere un’informazione radio-tv di qualità anche nelle regioni linguistiche minoritarie (dove la stessa non potrebbe venire assicurata solo con gli abbonamenti volontari e con la pubblicità), e a promuovere determinate prestazioni culturali della Tv a beneficio della cultura generale (per esempio la trasmissione di concerti, ecc.).

B) Secondariamente la nuova SSR dovrebbe dare un rendiconto, sia dal punto di vista finanziario sia dal punto di vista del rispetto del mandato di servizio pubblico (cioè dovrebbe dimostrare di avere effettivamente prodotto le citate trasmissioni a beneficio della cultura generale). Il rendiconto e il controllo finanziario è di basilare importanza: le commissioni delle finanze delle Camere federali avrebbero la competenza di questo controllo, come per tutte le spese della Confederazione, e questo favorirebbe una gestione più oculata delle risorse date alla Tv per le prestazioni di interesse pubblico.

Oggi si constatano infatti sprechi colossali e la SSR è un ente che sfugge a ogni serio controllo pubblico; questo perché le entrate sono assicurate in ogni caso (e anzi tendono ad aumentare per l’aumento della popolazione) e pertanto non sussiste nessun incentivo a una gestione più razionale ed economica.

Per quanto riguarda il rendiconto di contenuto (sul rispetto del mandato pubblico), vi è chi obbietta che in tal caso vi potrebbero essere ingerenze politiche nella gestione della radiotv; ma si tratta di una paura immotivata: forse che per esempio il fatto che la scuola pubblica soggiace al controllo dell’autorità politica democratica determina una sudditanza della scuola a direttive politiche dell’autorità? Di regola ciò non avviene; se in qualche caso vi è faziosità politica anche nella scuola, ciò è semmai dovuto all’orientamento dei singoli docenti (o dei docenti di una certa materia), ma non certo per l’intervento dell’autorità politica.

Semmai va detto che, paradossalmente, l’attuale struttura formalmente autonoma della SSR permette più facilmente le influenze politiche indebite sull’informazione (o gli scambi di favore tra Tv di Stato e Governo federale); infatti, appunto perché l’ente è autonomo (e pseudo-controllato da organismi inefficaci come la CORSI) non può esserci un controllo trasparente e democratico, che solo il parlamento federale potrebbe garantire. Non occorre temere il controllo politico democratico da parte dei parlamenti, che è pubblico e alla luce del sole, Piuttosto bisogna temere le influenze e gli accordi sottobanco (tra SSR e Esecutivo federale o Dipartimento responsabile, o anche tra le singole reti e singoli politici o partiti), con scambi di favore, ecc.

7) Ci sono almeno 2 o 3 anni (forse anche di più) per ridimensionare il dinosauro Bisogna votare Sì perché la Tv di Stato si è gonfiata in modo elefantiaco, grazie appunto al fatto che il flusso della manna Billag è sicuro e tende anzi ad aumentare, sia per l’aumento della popolazione sia per l’estensione della platea dei contribuenti forzosi: con la nuova legge sulla radiotelevisione, votata dal popolo nel 2015 per il rotto della cuffia, la tassa Billag è diventata di fatto una imposta generale obbligatoria pagata da tutti i cittadini (senza più differenze tra chi è abbonato solo alla radio oppure solo alla Tv) e anche dalle imprese. La RSI in modo particolare si è gonfiata in modo ancora più vistoso. I fautori dell’iniziativa No Billag sono stati accusati di tutte le infamie, e prima di tutto di volere la morte della RSI.

Questa è una accusa esagerata, demagogica e tendenziosa. Per i motivi che abbiamo già spiegato l’azienda SSR, di cui la RSI è solo una filiale, non scomparirà, salvo che se lo vorranno i suoi dirigenti o se essi si dimostrassero incapaci di gestire la impegnativa transizione al dopo-tassa Billag. È però evidente che l’azienda nel suo complesso dovrà ridimensionare a medio termine gli effettivi del suo personale (che sono una componente importante dei suoi costi). Ciò è a maggior ragione vero nel caso della RSI, in quanto essa è spiccatamente sovradimensionata. Ma appunto perché essa è sovradimensionata, una riduzione è possibile senza necessariamente ridurre la qualità del prodotto e senza che le trasmissioni più amate ne facciano le spese.

Mi si dirà: e i poveri dipendenti licenziati? Certo, ci rincrescerebbe per loro. Ma è forse ragionevole continuare con un carrozzone RSI di 1200 dipendenti (per una regione di 300'000 abitanti, la più sovra-mediatizzata del mondo)? Si tratta comunque a lungo termine di una situazione insostenibile di parassitismo e di inefficienza che prima o poi andrà bonificata. Va però precisato che questo ridimensionamento non avverrà dal giorno all’indomani, perché – contrariamente a quanto dicono i contrari – il testo costituzionale proposto non entrerà automaticamente in vigore, ma avrà bisogno di una legge di applicazione (lo dice nero su bianco anche il messaggio del Consiglio federale alle Camere riguardo
all’iniziativa No Billag).

Orbene, ciò significa – se facciamo un confronto con il tempo occorso al parlamento per applicare altre iniziative popolari (iniziativa per la limitazione delle residenze secondarie, iniziativa Minder contro i supersalari dei managers, iniziativa per l’internamento a vita dei criminali pedofili, iniziativa “del 9 febbraio” contro l’immigrazione di massa) - che ci vorranno come minimo due o tre anni affinché le Camere si accordino per una legge di applicazione che permetta una gestione ragionevole della fase di transizione al dopo-tassa Billag. E forse anche di più. Questo lasso di tempo permetterà non solo alla dirigenza dell’azienda di organizzare una strategia per un futuro senza canone obbligatorio, ma anche ai giornalisti e agli impiegati il cui posto diventasse a rischio di poter pensare in tempo a un altro sbocco.

8) Un Sì per dare un segnale contro la cattiva gestione e la faziosità della SSR-RSI Se vogliamo che qualcosa cambi nella RSI e nella SSR, che esse si diano una regolata diminuendo gli sprechi e correggendo la partigianeria, occorre votare Sì. Se si vota No le cose resteranno come stanno, perché la lobby della SSR alle Camere impedirà probabilmente ogni cambiamento (come lo ha impedito fino ad oggi). Anzi il timore è che essa impedirà il cambiamento anche nel caso di accettazione dell’iniziativa (vedi: la farsa dell’applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa!).

Figurarsi nel caso che l’iniziativa venisse respinta a larga maggioranza! Quantunque sia possibile che l’iniziativa venga respinta a livello nazionale, è importante che essa ottenga un forte sostegno. Per noi ticinesi e grigioni-italiani è di capitale importanza che l’iniziativa ottenga un forte sostegno nel Cantone Ticino! Se nel Ticino vincesse il Sì, diventerebbe finalmente evidente a tutta la Svizzera che c’è qualcosa che non va nella RSI; che essa è gestita in modo clientelare e partitico-familistico, insomma (per dirla in buon tedesco) che c’è “Vetternwirtschaft” a Comano. Ed è finalmente ora di dire basta a questa situazione, occorre smetterla con questi sistemi! Non solo le redazioni ma pure il settore amministrativo RSI è stato gonfiato in modo ingiustificato, per sistemare i “parcheggiati della partitocrazia”.

E questo sotto la guida connivente dei direttori succedutisi, anch’essi messi lì solo per politica e che non sono stati capaci (non hanno voluto o non hanno potuto) gestire con oculatezza l’azienda. Mi fanno ridere gli ex direttori Ratti e Balestra, scesi in battaglia anche loro contro No-Billag, che vanno dicendo che sì l’azienda dovrà riformarsi e adeguarsi ai tempi, ma che non può essere distrutta! Ma signor Balestra, ci dica di grazia una cosa: che cosa ha intrapreso lei per riformare l’azienda e per adeguarla non solo ai tempi che cambiano, ma anche a standard minimi di imprenditorialità e di decenza in una società liberaldemocratica aperta e competitiva? Nulla, a parte le chiacchiere. E lei è stato direttore fino a pochi anni fa, non 30 anni fa!

9) Un Sì contro il parassitismo e la scrocconeria! È ora di finirla anche con la retorica “ticinesista” e opportunista di dire che, siccome la RSI è massicciamente favorita dalla chiave di riparto nazionale della manna Billag, noi dobbiamo tacere ed essere solo contenti che tale manna assicuri posti di lavoro nel Ticino (i famosi 200 milioni pagati – anche - dai poveri cristi svizzerotedeschi per finanziare la fucheria di Comano!). Distinguiamo: i soldi che vengono nel Ticino sono benvenuti solo se sono necessari e se vengono ben spesi! Se sono mal spesi e promuovono parassitismo e sovradotazioni, sarebbe meglio che non ci arrivassero, perché alimentano solo la nomea di rivendicazionismo, scrocconeria e insolenza mendicante che è un po’ nel DNA del ceto politico (più che della popolazione) ticinese. Riflettiamo: 200 milioni sono un’enormità, in
dieci anni sono 2 miliardi, in venti anni 4 miliardi. Per fare una battuta: con tale somma si potrebbe quasi anticipare la realizzazione del tracciato Alp-Transit a sud di Lugano (o perlomeno finanziare generosamente lo sviluppo dell’USI istituendo nel suo seno anche alcune facoltà di base ora non ancora presenti)…

10) Quali scenari per il futuro? Al di là dell’esito della votazione su No Billag, che conosceremo domani, restano in ogni caso aperti degli interrogativi e delle preoccupazioni sull’evoluzione futura dei media nel nostro Paese (e naturalmente anche nel resto del mondo). Ci si chiede da più parti se sarà possibile che anche la stampa scritta sopravviva, ci si preoccupa della sopravvivenza dell’informazione di qualità in un mondo in cui le informazioni circolano velocemente attraverso il web, ma non sempre sono attendibili.

Molti non credono che la buona informazione possa finanziarsi su base volontaristica perché pensano che i cittadini non siano disposti a pagare per averla, e perciò votano No all’iniziativa No Billag. Secondo noi questa convinzione si basa su una visione un po’ pessimistica, disperante dell’uomo. Dopotutto vi sono esempi nella storia di capacità di apprendimento encomiabili: prendiamo per esempio i tanti operai semplici che con grandi sacrifici hanno faticato per far studiare i propri figli, pur non facendo in tempo a beneficiarne personalmente; prendiamo quelle figure di filantropi che si sono spesi per l’elevazione spirituale e materiale della vita delle umane genti. Naturalmente la cultura e l’apprendimento presuppongono anche una certa dose di sforzo e di volontà, non potranno mai essere assicurate per decreto governativo che proclami d’ufficio la loro distribuzione all’intera collettività.

Certo si può e si deve educare. Ma il quesito che bisogna porsi, e così torniamo a bomba alla questioni “monopolio tv Sì–monopolio tv No” e “tassa Billag Sì –tassa Billag No”, è secondo me il seguente: un sistema televisivo di monopolio con una tassa obbligatoria che lo finanzia è il miglior mezzo per promuovere l’informazione equilibrata e di qualità? Personalmente non penso, in quanto la varietà e il pluralismo delle fonti informative giocano un ruolo chiave, che è quello che fa la differenza. I professori di economia Reiner Eichenberger e Mark Schelker, dell’Università di Friborgo, sostengono sui temi citati una tesi un po’ originale ma interessante (vedasi “Weltwoche” del 15 febbraio 2018). In poche parole essi ritengono che l’informazione di qualità (come la cultura) non si possono più autofinanziare nel mondo odierno, perciò va previsto un sovvenzionamento pubblico, però esso non si deve limitare alle tv e tanto meno solo alla tv di Stato.

Dopo aver ammesso che la SSR minaccia sempre più il pluralismo e la varietà mediatica, essi raccomandano di sostituire il modello di finanziamento attuale della SSR con un sovvenzionamento mirato del consumo di informazione (indipendentemente dal vettore su cui avviene). Per esaminare le richieste di sovvenzionamento essi propongono l’istituzione di un sistema un po’ complicato di commissioni regionali paritetiche, composte di esperti e rappresentanti degli editori.

Tale proposta non ci convince pienamente, e andrebbe meglio studiata. Però il nocciolo della questione, per venire al dunque, è la loro tesi che la produzione di informazione dovrebbe venire sovvenzionata in modo equo, cioè nella misura in cui venga effettivamente fruita, e indipendentemente dal vettore tramite cui viene esternata. In altre parole: si dovrebbero sovvenzionare anche le prestazioni di servizio pubblico della stampa scritta o di portali online, non solo di radio e tv. Ciò può forse sorprendere, ma il ragionamento non fa una grinza: se l’informazione di qualità (= servizio pubblico) va promossa, non si vede infatti perché andrebbe promossa solo sulle radio-tv e non anche sulla stampa! Anche la stampa ha infatti difficoltà a finanziare l’informazione e a chiudere i conti in nero, con la diminuzione della pubblicità di questi ultimi anni. Ma appunto solo le prestazioni di servizio pubblico.

Sorvoliamo sulla raccomandazione di voto che essi danno per la votazione di domani, perché ci sembra un po’ bislacca: essi invitano a non votare né Sì né No, ma al contrario di scrivere sulla
scheda un numero 3. In tal modo la scheda verrebbe annullata, ma verrebbe constatato ufficialmente un segnale dato per il cambiamento futuro nel finanziamento del sistema mediatico. A parte quest’ultima raccomandazione (chissà se essa sarà seguita almeno da una parte dei loro studenti?), si tratta di riflessioni interessanti, su cui comunque vada si potrà ritornare. Secondo me, tuttavia, sarà più facile ritornarci nel caso di accettazione di No Billag.

Delle riflessioni in parte simili, ma più generali e molto sensate, le faceva anche il signor Giovanni Casella sul CdT del 27 gennaio 2018. Casella sostiene giustamente che tutto cambia, percui anche il canone potrà e dovrà cambiare. L’articolo di Casella è forse l’articolo più intelligente apparso sul CdT negli scorsi 3 mesi di campagna su No Billag; toni pacati e ragionamento ineccepibile. Egli scriveva tra l’altro che “Se si ritiene che il servizio pubblico sia una prestazione necessaria alla comunità nazionale, ebbene che venga inserito nei costi di funzionamento dello Stato, altrettanto come la difesa, la politica estera o i politecnici federali.”

 

Paolo Camillo Minotti

Redazione | 3 mar 2018 17:40

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