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Paolo Camillo Minotti - L’informazione SSR-RSI: alcuni esempi di tendenziosità

Come premessa iniziale citiamo Lorenzo Quadri che in una intervista al portale ticinolive riportata 15 giorni fa sul «Mattino» diceva: «Lo sbilanciamento a sinistra della RSI è percepito da molti ticinesi. E non avviene necessariamente (o comunque non solo) tagliando fuori la controparte, ma tramite l’impostazione di fondo».

Questo è fondamentale da mettere bene in chiaro. Qualche ingenuo (come per esempio uno studente in occasione di un dibattito su No Billag al liceo 3 settimane fa) mi potrebbe infatti obiettare che nei dibattiti radio-tv si invitano rappresentanti di tutti i partiti o di tutti gli schieramenti in campo; in effetti, non sempre, ma solitamente questo è vero. Ma la manipolazione dell’informazione è di solito più sottile, più subdola e riguarda l’impostazione generale dei programmi informativi; si manifesta nei telegiornali di ogni giorno o, nel caso di dibattiti, nella scelta di chi si invita, nel modo di moderare il dibattito, nel far parlare l’uno piuttosto che l’altro, eccetera; oppure, nel caso di allestimento di documentari registrati o films, questi possono essere infarciti di inesattezze e avere un’impostazione faziosa (illustreremo nel seguito un esempio recente di un film storico commissionato dalla SSR marcatamente tendenzioso).

Un conduttore partigiano può per esempio interrompere brutalmente l’interlocutore di cui non condivida il pensiero per fare una domanda a un altro ospite presente, o per mandare in onda un servizio registrato oppure la pubblicità (è quanto fa spesso Lilli Gruber a«Ottoemezzo» in specie quando l’ospite – poniamo: un leghista o un rappresentante di Forza Italia - dice cose a lei sgradite come per esempio che un’immigrazione incontrollata è una bomba sociale oppure che sotto il governo Berlusconi vi erano meno afflussi dimigranti).

Ma un conduttore può anche trasformarsi improvvisamente da moderatore della trasmissione a «debatter» e mettersi a attaccare e a contraddire frontalmente l’ospite, aggiungendosi in tal modo a una delle due parti invitate (è quanto ha fatto Reto Ceschi nella trasmissione della TSI «Democrazia diretta» di inizio febbraio sull’iniziativa No Billag, ed è quanto era solito fare anche Corrado Barenco quando era corrispondente da Palazzo federale e conduttore di dibattiti sulla politica nazionale).

Quando poi al dibattito partecipa un o una consigliera federale (mi riferisco in questo caso piuttosto a «Arena» o ad altre trasmissioni sulla SRF, perché la Tv romanda non la seguo regolarmente e alla TSI appena li vedo cambio canale perchè, delle due l’una: se il consigliere federale parla in francese o tedesco e viene tradotto talvolta la traduzione fa pietà; quando invece l’alto magistrato o magistrata crede opportuno esprimersi nella nostra lingua di solito la prende talmente a calci che il risultato non solo é irritante ma svilisce il livello del dibattito in modo penoso), non c’è più un vero dibattito ma piuttosto una interlocuzione tra persone «normali» da un lato e il consigliere federale issato su un metaforico piedestallo dall’altro lato; in questi casi il conduttore fa in modo di solito che si facciano solo domandine ossequiose e obiezioni molto «politically correct» al membro del Governo, e lo scambio di opinioni non avviene su un piede di parità come ci si potrebbe aspettare in un paese libero e democratico, ma come se il membro del governo fosse un essere speciale, tipo un monarca di diritto divino a cui il comune cittadino deve rivolgersi in modo compassato e con malinteso rispetto. Intendiamoci, il rispetto è giusto averlo per tutti, anche per i consiglieri federali, ma in una repubblica il dibattito deve essere libero e non censurato e avvolto da atteggiamenti servili come se fossimo dei cittadini britanniciche si rivolgono alla Regina o dei tailandesi che si inchinano di fronte a Re Bumipol.

L’informazione quotidiana orientata
I telegiornali delle reti SSR praticano un’informazione «orientata», in specie quando si tratta di riferire di temi controversi di politica nazionale, sui quali la politica del Consiglio federale viene contestata da una forte parte dell’opinione pubblica e – talvolta – viene messa in minoranza in votazione popolare. Ci riferiamo naturalmente a temi come i rapporti tra Svizzera e UE, la politica dell’immigrazione, la sovranità del Paese e/o la preminenza del diritto internazionale, eccetera. La SSR si comporta in questi casi come una Tv non solo di Stato, ma di regime, ovvero i suoi resoconti sono servili: l’opinione del Governo viene riportata ampiamente e in modo acritico, mentre l’opinione dei critici del governo é sottaciuta o esposta in modo riduttivo, quando non distorta e i suoi portavoce caricaturati o addirittura diffamati (Blocher viene definito un «tribuno», esponenti UDC vengono talvolta etichettati come di «estrema destra» quando invece sul fronte opposto ci si guarda bene dal definire di estrema sinistra certi gruppuscoli che non solamente sono estremisti, ma talvolta sono anche violenti, vedi certi manifestanti «autonomi» che danneggiano la proprietà privata o quelli che due anni fa hanno per esempio impedito che l’assemblea dell’ Associazione per una Svizzera neutrale e indipendente – ASNI – si tenesse a Berna).

La qualifica «tv di regime» può sembrare un po’ esagerata, ma non è fuori luogo: solo in certi Paesi autoritari (tipo l’Iran degli ayatollah, la Cina di Xi o la Corea del Nord) o in certe democrazie semi-autoritarie (tipo la Russia di Putin) la tv di Stato attacca i critici del regime ed elogia in modo acritico il Governo. Forse nemmeno la RAI degli inizi, al tempodel potere della DC, o la Tv francese ai tempi del generale De Gaulle e della guerra d’Algeria, sono mai state così smaccatamente leccapiedi della politica governativa come
la nostra SSR.

L’impressione di faziosità può forse relativizzarsi agli occhi di qualche telespettatore per il seguente motivo: questa partigianeria non viene applicata a tutti i temi. Certi temi non controversi, oppure anche certi temi controversi di politica interna – dove però il discrimine non è tra l’UDC e il cartello di tutti gli altri – vengono svolti in modo più o meno accettabile. E c’è una ragione: il cartello deipartiti pro-UE, internazionalisti e pro-immigrazione (che è il referente politico della SSR) su tali temi talvolta è diviso. Su tali temi la SSR, essendo rigorosamente lottizzata, dà piuttosto l’impressione di una pelle di leopardo.

La nostra impressione è poi che la RSI sia più faziosa delle consorelle svizzero-tedesca e romanda. Una cosa è certa: il Tageschau della SRF – rispetto al telegiornale della RSI - è un po’ più equilibrato, e anche un po’ più professionale, sui temi internazionali che non riguardano direttamente il nostro Paese. Il telegiornale della TSI talvolta è invece sbracato e fazioso anche su tali temi che esulano dalla politica svizzera. Pacchiana è per esempio la faziosità anti-Trump e filo-Democratica (inteso come Partito democratico USA) della «nostra» tv di cosidetto servizio pubblico: le corrispondenze di Andrea Vosti dagli Stati Uniti sono schieratissime e scontatissime; egli ripete tutti i clichés anti-trumpiani e antirepubblicani dei Democratici USA più di sinistra, e fa da megafono a quei due o tre giornali della costa orientale degli Stati Uniti che in Europa vengono scambiati come la voce dell’opinione pubblica americana. Insomma: non se ne può più!

Questa gente crede che la cosidetta tv di servizio pubblico li autorizzi a sottoporci a sedute di indottrinamento quotidiane! Dovrebbero capire che non interessa a nessuno il pensiero del signor Vosti di turno e che il telegiornale dovrebbe limitarsi a riportare correttamente le notizie, intervistando quando necessario terze persone (purché non siano sempre e solo persone
di una determinata parte) che esprimano un’opinione. Ma dell’opinione del corrispondente della RSI ne facciamo volentieri a meno, perché è pura propaganda.

Un dibattito squilibrato («Arena» del 1. dicembre u.s.) Lo scorso 1. Dicembre (o l’8 dicembre, non ricordo più esattamente) ho seguito sulla SRF la trasmissione «Arena» dedicata alla politica europea a 25 anni dallo storico rigetto dello Spazio Economico Europeo da parte del popolo svizzero. Vi erano quattro invitati (uno perciascun partito di governo): Christoph Blocher, l’ex presidente PLR Steinegger, il consigliere agli Stati socialista zurighese Jositsch e la signora Schneider-Schneiter del PPD, consigliera nazionale di Basilea Campagna. Già questa modalità di scelta, uno per
partito, è discutibile quando si voglia discutere un tema puntuale, perché se si vuole fare un dibattito su un piede di parità non si dovrebbe essere 3 contro 1, ma 1 contro 1 oppure 2 contro 2.

Non vogliamo assolutizzare questa regola; naturalmente ci sono dei dibattiti dove è giusto e ragionevole invitare un ospite per partito, per esempio in vista delle elezioni oppure nella cosidetta «Elefantenrunde» della tv svizzero-tedesca, cioè queidibattiti tra i presidenti dei quattro partiti di governo che si svolgono due o tre volte l’anno per fare il punto della situazione politica nazionale.

Per fare un confronto: talvolta, per esempio quando si invita un consigliere federale per difendere una proposta del governo che viene sottoposta a votazione, è capitato che si sono invitati oltre al consigliere federale altri due ospiti principali a sostenere la posizione avversa; in tal caso lo squilibrio viene però attenuato dal fatto che il consigliere federale viene lasciato parlare un po’ di
più. Ma a prescindere da trattamenti di favore: uno contro due, può ancora andar bene, ma uno contro tre, si tratta di una condizione scomoda. Difficilmente in tali condizioni colui che si trova a tener testa a tre contradditori riesce a svolgere tutte le argomentazioni e a ribattere a tutte le obiezioni degli interlocutori presenti. Diciamo che egli parte svantaggiato.

Decisivo è però il ruolo del conduttore, che nel caso specifico era il signor Jonas Projer: se il conduttore applica il «metodo Gruber», cioé nel momento in cui il malcapitato sta rispondendo ai tre suoi interlocutori lo interrompe bruscamente per andare a interpellare una persona del pubblico presente, il partecipante viene impedito di portare a termine un ragionamento e il dibattito viene impedito. È esattamente il comportamento che ha avuto il signor Projer nei confronti di Christoph Blocher. E questo non è casuale, ma è evidentemente e deliberatamente calcolato per impedire che certe cose vengano dette,che certi ragionamenti convincenti possano essere svolti compiutamente.

Si è voluto deliberatamente «castrare» il dibattito ad «Arena» cambiando le regole del gioco del dibattito: interpellare sedicenti «esperti» invitati in studio, far parlare più gente facendo intervenire nel dibattito anche il pubblico presente, ecc., con il risultato ovvio che i quattro politici presenti parleranno complessivamente per meno tempo. Da quanto emerso nella stampa svizzero-tedesca qualche anno fa, questa decisione fu presa ai più alti livelli (dal direttore De Weck) per smetterla con il fatto che Arena permetteva all’UDC di farsi efficace propaganda.

Morale della favola: Blocher in questo caso non se l’è cavata male, perché naturalmente è una persona abituata a tante battaglie, ma certe cose non gli è stato possibile dirle.
Immaginiamo ora se invece che Blocher ci fosse stato presente un altro politico della sua area un po’ meno brillante e un po’ meno pronto nel ribattere: avrebbe molto facilmente fatto una figura barbina (che è esattamente ciò che si prefiggevano gli organizzatori del dibattito)….

Una trasmissione RSI tendenziosa («Patti chiari» sul clima del 29 novembre 2017)
Un altro tema su cui la SSR, di concerto con la maggioranza del mondo politico, da parecchio tempo ci sta indottrinando, è quello del cosidetto «cambiamento climatico» e delle misure politiche e energetiche finalizzate a scongiurarlo. Ovviamente non è qui la sede per approfondire nel merito la questione dell’influsso delle attività umane sul clima terrestre, nonché di quali siano le strategie più efficaci (ammesso che il problema esista) per poter bloccare questo presunto surriscaldamento. Il discorso sarebbe molto lungo e, beninteso, non pretendo di avere con certezza la verità in tasca.

La radio-tv cosidetta di servizio pubblico, per contro, questa certezza di possedere la verità ce l’ha eccome! E la esprime regolarmente, non certo solo nella trasmissione citata, enfatizzando il problema e focalizzandolo essenzialmente sulla tematica delle immissioni inquinanti nell’atmosfera dovute alla combustione dei carburanti fossili contenenti carbonio, e quindi dando implicitamente a intendere che basterebbe ridurre le emissioni di gas carbonici - tramite la sostituzione di gasolio e benzina con le energie alternative – per sventare la temuta catastrofe ambientale e parare al surriscaldamento climatico.

Purtroppo le cose non sono così semplici, in quanto semmai gli squilibri ambientali dipendono anche da ben altre cause, che però non vengono mai citate; cause che sono in primis:
l’esplosione demografica nei Paesi in via di sviluppo, gli allevamenti industriali di animali, la deforestazione massiccia (anche questa prevalentemente nei Paesi in via di sviluppo:
per esempio Brasile, Indonesia,ecc.), e così via.

Queste cause sono legate l’una all’altra: l’aumento della popolazione mondiale e l’incremento dello standard di vita in Paesi come per esempio la Cina o altri paesi emergenti porta a un aumento esponenziale del consumo di carne nel mondo, e quindi degli allevamenti intensivi che utilizzano massicciamente farina di palma - in quanto molto più proteica degli insilati di cereali – che a loro volta provocano la distruzione delle foreste pluviali nei paesi equatoriali al fine di dar luogo a piantagioni di palme. Gli esperti calcolano che chi si nutre solo di bistecche arreca un impatto ambientale cinque o dieci volte superiore a chi è prevalentemente vegetariano, in quanto il ciclo di ingrasso dei bovini è un grande divoratore di prodotti vegetali e di energia e oltretutto causa l’emissione di gas metano nell’atmosfera. Orbene, è evidente che la scomparsa di fitte foreste equatoriali per esempio in Brasile, sull’isola di Sumatra e nel Borneo – che vengono sostituite da diradate piantagioni di palma o da campi di cereali –fa diminuire la quantità di CO2 fissato nelle foreste e fa aumentare tendenzialmente il CO2 nell’atmosfera. Credere di compensare tale diminuzione del CO2 fissato a terra, con diminuzioni delle emissioni di auto e riscaldamenti, assomiglia molto – considerato il contemporaneo aumento della popolazione mondiale – a una fatica di Sisifo.

Quello che ci vorrebbe sarebbe una riforestazione (che in Europa sta avvenendo in modo naturale da qualche decennio per il rinselvatichimento delle zone discoste non più abitate), ma in altre
regioni della Terra le superfici adatte a piantagioni ormai scarseggiano, e la pressione demografica e il conseguente sviluppo agricolo e edilizio per nutrire e ospitare i nuovi venuti impedisce la preservazione (e a maggior ragione la ricostituzione) delle foreste.

Non vorrei aver dato l’impressione di essere catastrofista; però semplicemente nella diagnosi dei problemi bisogna sempre cercare di essere razionali e la verità bisogna sempre dirla tutta e per intero! Altrimenti non si affronteranno mai seriamente i problemi ma al contrario si farà solo imbonimento da fiera. Per esempio non si può fare allarmismo sul degrado ambientale della Terra e sul presunto riscaldamento climatico della sua atmosfera, sottacendo nel contempo il problema della sovrappopolazione in Asia Africa e America latina! Se in ossequio al politically correct non si osa chiamare per nome questa realtà, per favore poi non si venga però a fare un discorso ambientalista settoriale e fissato solo sulle emissioni carboniche nell’atmosfera, perché non é credibile!

Per venire al dunque: la trasmissione sul clima del 29 novembre scorso, diretta dal signor Mammone, è stato l’ennesimo «show» televisivo superficiale, teso a
gratificare la coscienza di chi si crede virtuoso perché ha un pannello solare sul tetto di casa, ma non ha dato nessun contributo informativo serio all’approfondimento del tema annunciato.

Nella trasmissione si mostrava tra l’altro una fiction (di livello un po’ penoso) che illustrava quello che potrebbe essere la difficile situazione ambientale fra alcuni decenni nel caso si continuasse ad
assistere all’evolversi della situazione senza far nulla. Ma in un certo senso si può dire che tutta la trasmissione era una fiction, o meglio della science-fiction.
Per parecchi giorni la trasmissione era stata preannunciata con dei lanciamenti in cui si diceva che vi si sarebbe intervistato un ospite illustre: l’ex vice-presidente americano Al Gore.

Anche per questo l’abbiamo voluta vedere, per curiosità. Ma è stata una grande delusione, perché l’asserita intervista ad Al Gore sui temi climatici e ambientali si riduceva a una breve dichiarazione registrata di due minuti o poco più in cui l’ex vicepresidente USA si limitava a fare degli elogi di circostanza alla Svizzera e alla sua legislazione ambientale (probabilmente estratta da qualche breve dichiarazione rilasciata qualche tempo fa dall’interessato alla tv romanda o svizzero-tedesca in occasione di un suo occasionale passaggio nel nostro Paese). Insomma, si trattava di una bufala: il contenuto non corrispondeva a quanto annunciato.

Ma quello che va sottolineato è soprattutto il fatto che non si è svolto nessun dibattito in contradditorio sul tema del riscaldamento climatico, delle sue cause e delle ricette più efficaci per sfuggirgli. Anche alla tesi di parecchi scienziati seri secondo cui le cause decisive per i cambiamenti climatici sulla Terra siano acclaratamente dei motivi indipendenti dall’attività umana quali i mutevoli cicli solari, i vulcani, gli aggiustamenti dell’asse terrestre, ecc. è stato accennato solo
fugacemente.

È interessante rammentare la ragione addotta da Mammone per non avere invitato nessun esperto critico nei confronti della tesi ufficiale secondo cui il riscaldamento dell’atmosfera sarebbe causato principalmente dall’azione dell’uomo, nonché della politica adottata per contrastarlo. Mammone dixit: abbiamo deciso di non invitare nessun esponente dei «negazionisti» perché abbiamo ritenuto che
fosse nostra responsabilità non dare credibilità a una tesi che il 96 percento degli scienziati giudica infondata.

Insomma: la tv di Stato (sentendosi forte appunto perché sostiene il Governo ed è dallo stesso sostenuta) si arroga il diritto di stabilire quali tesi possano essere espresse sulle proprie onde e quali no, quali idee abbiano legittimità nella nostra società e quali no! Una pretesa di stampo totalitario. Sorvoliamo poi sulle modalità con le quali si è proceduto a quantificare al 96 percento del
totale i fautori della vulgata del riscaldamento causato dall’uomo (con un censimento ad hoc tra i ricercatori e i meteorologi? L’ha fatto personalmente il signor Mammone?).

Solo in un breve film registrato è stato dato spazio – in modo un po’ caricaturale - a un professore vallesano che contesta la tesi del riscaldamento climatico, ma costui è apparso
(o è stato fatto apparire) come un tipo un po’ bizzarro. Gli ospiti presenti nel parterre di Comano erano tutti della stessa opinione mainstream, tutti politically correct e adepti della
nuova teologia dogmatica pseudo-ambientalista sul riscaldamento del clima.

Una tv di servizio pubblico dovrebbe come minimo sentire il dovere, su un tema di grande interesse e attualità come questo, di presentare un confronto d’opinioni fair, su un piede di parità, tra scienziati competenti che sostengono tesi diverse. Scienziati ed esperti veri, non divulgatori con una infarinatura superficiale e di parte come il meteorologo Binaghi o l’ospite italiano (di cui purtroppo non ricordo il nome) che sembrava più un esperto di publics relations che un esperto del tema.

Lo scopo di tutti dovrebbe essere quello di capire veramente come funziona la nostra atmosfera, con grande umiltà e cercando di appurare oggettivamente che cosa ci può riservare il futuro e che cosa eventualmente possiamo fare per non precludercelo. Ma l’approccio dovrebbe essere oggettivo-razionale-scientifico, e non prevenuto-demagogico-emotivo-politico-ideologico. E, per prima cosa, non si dovrebbe mai temere il confronto delle opinioni, perché è solo dal confronto delle opinioni che talvolta può derivare una conoscenza e una consapevolezza vere.

Un film storico tendenzioso
Recentemente è andato in onda sulla tv svizzero-tedesca un film di fiction storica dedicato agli avvenimenti dello sciopero generale del 1918. Il film è stato commissionato dalla SSR ed è stato realizzato dal regista Hansjürg Zumstein. Come spesso è accaduto per i prodotti della filmografia svizzera, quando essa pretende di riscrivere la storia da un’ottica revisionistica e senza tanto curarsi della fedeltà alle fonti e della conformità con la realtà storica realmente accaduta, il film appare vistosamente partigiano e tendenzioso.

Il sindacalista e consigliere nazionale socialista Robert Grimm, che fu il capo indiscusso e l’organizzatore dello sciopero generale, viene presentato nel film come un pacifista che a malincuore avrebbe lanciato la sfida dello sciopero generale. Mentre il colonnello Sonderegger, che diresse le truppe mandate a Zurigo a reprimere lo sciopero, viene presentato come un guerrafondaio e un oltranzista che sognava di reprimere con la forza «i bolscevichi nostrani» e che si mostra deluso alla notizia della cessazione dello sciopero.

In realtà, Grimm era sì un leader socialista riconosciuto e brillante, con idee in parte anche condivisibili – in specie giudicando le cose a distanza di 100 anni – come la proposta di
una assicurazione vecchiaia per tutti e la rivendicazione del voto femminile, ma egli era anche un simpatizzante della rivoluzione bolscevica e come tale non si può dire che dimostrasse (anche qui soprattutto visto con il senno di poi) molto discernimento.

Va detto inoltre che lo sciopero generale aveva indiscutibilmente una finalità rivoluzionaria e insurrezionale (a dimostrarlo ci sono i numeri del giornale socialista «Berner Tagwacht» diretto da Grimm che annunciano esplicitamente questi intendimenti). La reazione risoluta da parte della maggioranza borghese era quindi comprensibile. Non occorre dimenticare neppure il contesto in cui avveniva lo sciopero: negli stessi giorni ci fu lo sciopero degli operai nelle città portuali germaniche, che portò poi al crollo della monarchia, alla firma dell’armistizio e alla fine della prima guerra mondiale, nonché al tentativo effimero di rivoluzione comunista a Monaco di Baviera e in altre grandi città del Reich.

Nei paesi di lingua tedesca le notizie circolavano velocemente e i sentimenti erano allora dappertutto più o meno simili. Lo sciopero generale in Svizzera era visto quindi a giusto titolo come
l’estensione al nostro paese della rivoluzione comunista in Germania, che come noto fu poi domata con l’intervento dei «Freie Körper» - cioé i corpi di arruolati volontari (ufficiali e soldati della milizia di riserva) – e guarda caso anche in Svizzera ci furono i «Freie Körper», i corpi di volontari borghesi che si mobilitarono per sostituire i ferrovieri socialisti in sciopero e per garantire l’esercizio di altri servizi essenziali per la vita del Paese.

Come ha notato giustamente il giornalista René Zeller nella «Weltwoche» del 15 febbraio u.s., il film tra l’altro si prende molte «licenze storiche» nel descrivere lo svolgimento degli avvenimenti e, per esempio, enfatizza il ruolo di Sonderegger presentandolo come un protagonista di primo piano che andava a parlare con il Consiglio federale e che sarebbe stato determinante nella decisione delle autorità di reprimere lo sciopero.

In realtà Sonderegger era invece solo l’esecutore fedele degli ordini del generale Ulrich Wille, che, lui sì, era una personalità carismatica e che parlava con il Consiglio federale e consigliava
quest’ultimo su che cosa si dovesse fare. Nel film si dimentica inoltre una cosa importante e cioè che la decisione di reprimere lo sciopero corrispondeva alla volontà del Consiglio federale e della maggioranza borghese alle Camere; già da mesi la situazione era surriscaldata, da una parte per le difficoltà di approvvigionamento e i problemi sociali connessi, d’altra parte perché gli scritti infuocati della stampa socialista provocavano la reazione indignata della maggioranza borghese che temeva uno scenario bolscevico anche in Svizzera.

La repressione dello sciopero nel novembre 1918 fu insomma l’esito di un processo di mesi di discussione politica democratica, non un colpo di testa di alcune teste calde al vertice dell’esercito.  Zeller ricorda che vi fu a un certo momento un dibattito infuocato al Consiglio Nazionale (la Camera del popolo di quasi 200 membri), che nel film di Zumstein viene fatto svolgere invece nella sala del Consiglio degli Stati (44 membri).

Questo piccolo dettaglio apparentemente di poco conto rende però bene l’idea di quanto poco credibile sia questo film. Insomma, questo è solo un esempio di quali tipi di prodotti faziosi escono da certi storicidella generazione postsessantottina, che, grazie alle generose sovvenzioni della SSR e/o dell’Ufficio federale della cultura o di Pro Helvetia, possono riscrivere impunemente a loro
piacimento la storia del nostro Paese, indottrinando le nuove generazioni e inculcando nelle teste di molti di loro (vuote di conoscenze storiche o già predisposti da certi insegnanti di storia che fanno il paio con i registi di films) una versione filo-comunista e anti-svizzera degli avvenimenti del secolo scorso.

 

Paolo Camillo Minotti

Redazione | 25 feb 2018 22:33

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