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Simone Boraschi - Il prezzo da pagare per la libertà mediatica

Basta leggere il nuovo articolo costituzionale per capire che l’iniziativa No Billag è un portentoso autogoal. I capoversi 3 e 4 del testo posto in votazione racchiudono in sé tutto un programma. Il terzo stabilisce che la Confederazione dovrà mettere periodicamente all’asta le concessioni per radio e televisioni, mentre il quarto afferma senza margine di interpretazione che lo Stato non sovvenzionerà più alcuna emittente. Questo cosa comporta? Certamente, come affermano i sostenitori, una maggiore libertà di scelta per i cittadini grazie ai meccanismi del libero mercato, ma rischia di costare molto caro al Ticino. Determina in prima battuta la chiusura senza se e senza ma della SSR-SSR-RSI e di oltre 60 emittenti private regionali che adempiono al mandato del servizio pubblico in base all’articolo 93 della Costituzione federale e di riflesso la cassa disoccupazione per oltre 13'000 persone, di cui circa 1100 nelle emittenti del nostro cantone e di cui circa 500 nelle professioni annesse. Elimina un servizio redditizio per il nostro cantone, visto che con solo il 4% dei proventi del canone versati (50 milioni di franchi) i media percepiscono oltre il 22% delle risorse totali (oltre 250 milioni). Determina quasi per certo l’arrivo dei grandi gruppi mediatici stranieri sul nostro territorio (come Mediaset e compagni), in quanto le società svizzere non sarebbero capaci di investire, senza un aiuto statale, moneta sonante nel mercato radiotelevisivo. Basti vedere come i 50 milioni versati dal Canton Ticino non siano sufficienti a coprire il budget annuale della RSI che sfiora i 240 milioni, che seppur limabili sotto certe voci di spesa sarebbero comunque difficili da colmare con la sola pubblicità. L’informazione finirebbe nelle mani di questi gruppi non vincolati per legge a trasmettere programmi istruttivi, culturali e indirizzati anche alle regioni periferiche e rispettosi delle singole caratteristiche dei Cantoni, ma dipendenti nella programmazione dalla semplice logica di mercato. Nuove sedi sul territorio per le emittenti interessate al mercato ticinese rischiano di essere pura utopia, soprattutto se i grandi gruppi dispongono già delle strutture site in altri territori. I posti di lavoro persi con la scomparsa della RSI e delle altre emittenti ticinesi non verrebbero riassorbiti dalle nuove imprese che produrranno dall’estero il servizio erogato. Tradotto significa non ridistribuire sul territorio la ricchezza generata dall’impresa; non pagando alcuno stipendio ai lavoratori nostrani; non fornendo dei posti di apprendistato a panaggio dei giovani ticinesi e non pagando nessuna imposta al Comune e al Cantone. A queste condizioni l’abolizione del servizio pubblico non è pensabile e per il nostro Cantone rappresenterebbe una delle più grosse zappate sui piedi degli ultimi anni. Per questo il prossimo 4 marzo voterò con convinzione No all’iniziativa No Billag.

Simone Boraschi, Segretario dei Giovani Liberali Radicali Ticinesi

Redazione | 2 feb 2018 16:18

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