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Claudio Franscella - "La scuola che verrà", la partita non è ancora chiusa

Sperimentazione del progetto “La scuola che verrà”: qualche passo nella giusta direzione...ma la partita non è ancora chiusa

Devo ammettere che l’ultima versione del progetto” La scuola che verrà” contiene importanti modifiche rispetto alla formulazione precedente. Le novità introdotte con il messaggio governativo che chiede la concessione di un credito quadro di fr. 5'310'000.- per la sperimentazione del progetto - e che è attualmente al vaglio della commissione scolastica – attenuano e, in alcuni casi, fanno cadere o sospendono alcuni dei provvedimenti inizialmente previsti , migliorando di fatto il progetto stesso.

Devo quindi riconoscere che uno sforzo da parte del Dipartimento è stato fatto. Mi chiedo però perchè il DECS, per ben due anni, si sia ostinato a proseguire su una strada in solitaria scontrandosi costantemente con il corpo docente, le assiociazioni magistrali e la politica. Un muro contro muro ingiustificato che ha creato molta confusione e disorientamento. Fare marcia indietro solo ora, quando non c’era più altra scelta, non è stato molto elegante e nemmeno comprensibile dal profilo politico. Prendo comunque atto di questo parziale dietro front (meglio tardi che mai!) e cerco di guardare a questo progetto con un pò più di ottimismo.

Non posso però sottacere che rimangono ancora differenze di giudizio nei confronti dell’impianto generale della riforma e di alcuni principi su cui essa si fonda. Tocco uno aspetto importante: in fase di consultazione è stato chiesto di rafforzare il ciclo d’orientamento in terza e quarta media con percorsi differenziati che, garantendo la formazione di base a tutti gli allievi, non eliminassero le specificità del singolo.Sono convinto che i corsi attitudinali e di base non possono essere aboliti senza un nuovo modello che sappia veramente valorizzare il percorso di crescita personale, scolastica e pre-professionale dell’allievo.

Purtroppo l’on Bertoli non ha voluto fare nessuna concessione su questo punto e di fatto ha tolto la differenziazione strutturale , spingendo al massimo sulla differenziazione individuale, sulla personalizzazione dell’insegnamento e sull’equità.

E questo potrebbe essere un errore. Infatti ignorare o appiattire le differenze dei risultati scolastici creerebbe soltanto false illusioni ai ragazzi e sarebbe profondamente dannoso per la nostra società. Limitarsi ad adattare il tipo di proposta ai limiti e alle particolarità del singolo significa negare la possibilità di un cammino, di una crescita, di un confronto e di un progresso.

I corsi A e B vanno quindi sicuramente rivisti ma il sistema scolastico basato sulla differenziazione strutturale, presente in molte nazioni attorno a noi (Francia, Italia, Germania,... ) e in molti Cantoni della Svizzera (Zurigo, Basilea, Ginevra, Friborgo, Vallese,...) merita un maggior approfondimento e non deve essere abbandonato.

In conclusione mi sembra di poter dire che se il DECS vorrà davvero intraprendere la strada indicata dalla riforma, allora il minimo che si possa auspicare è che tale scelta sia operata su solide basi oggettive e scientifiche e non su costrutti fragili oppure assemblati secondo logiche politiche ed estranee a quelle dell’educazione.

Questo e altri aspetti ancora controversi contenuti nel rapporto inerente la sperimentazione de “La scuola che verrà” saranno oggetto di dibattito in Commissione scolastica.

La partita, quindi, non è ancora chiusa. Affaire à suivre!

Claudio Franscella, membro commissione scolastica del Gran Consiglio

Redazione | 23 ott 2017 13:16

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