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Marco Chiesa - Libera circolazione, il Far West e il trucco

L’UDC ha raccolto più di 100'000 firme per modificare la Costituzione svizzera. In votazione, la maggioranza della popolazione e dei Cantoni ha approvato la reintroduzione di principi chiari per governare in maniera autonoma l'immigrazione. Si tratta dei tetti massimi e dei contingenti. Regole ben note alla nostra economia in quanto in vigore per diversi decenni in Svizzera prima dell'avvento della libera circolazione con i Paesi dell’UE e, tra l’altro, ancora in vigore con i Paesi detti terzi. Sul mercato del lavoro questi contingenti dovranno essere stabiliti assecondando le esigenze dell'economia ma nel rispetto della preferenza indigena. Priorità dunque ai residenti. Insomma gli svizzeri, quel 9 febbraio 2014, decidono che in Svizzera non debba più esistere la libera circolazione delle persone con l'UE. Questa scelta potrebbe avere un impatto sul primo pacchetto di sette accordi bilaterali? Si. Potrebbe scattare la famigerata clausola ghigliottina? Si, se tutti sono d’accordo. L'Europa ha interesse a farlo? Forse no, ma si tratta di una speculazione. Ma tutto questo si sapeva. In campagna di votazione era l'argomento preferito dai contrari. Il Consiglio federale aveva comunque messo giustamente le cose in chiaro. Nel suo messaggio del 2012 sottolineava che se l'iniziativa UDC avesse avuto successo, il Governo avrebbe dovuto necessariamente disdire l'accordo sulla libera circolazione. Con queste premesse ha dunque sancito inequivocabilmente la superiorità della nostra Costituzione rispetto a un accordo internazionale. Il testo approvato lasciava al Consiglio federale un congruo lasso di tempo per rinegoziare e adattare il rapporto con il nostro potente e minaccioso vicino: tre anni. Nel caso poi la legislazione d'esecuzione non fosse entrata in vigore entro tale termine, il Consiglio federale era chiamato a emanare provvisoriamente le disposizioni d'esecuzione in via d'ordinanza. In parole povere se il Parlamento non fosse stato in grado di partorire una legge che traducesse in realtà i tetti massimi, i contingenti e la preferenza indigena, il Consiglio federale avrebbe dovuto agire di sua iniziativa per garantire l'applicazione del volere popolare. Tutto chiaro. Mi sembra di sì.

Proprio in questo ultimo passaggio però entrano in scena i prestigiatori della politica. In primo luogo, come spesso capita, la campagna volta a sabotare la democrazia diretta comincia con frasi del tipo "ma in fondo il popolo non aveva ben capito", oppure "non siete stati chiari" o ancora "se non volete i bilaterali ditelo" per terminare con "avete messo la Svizzera in un bel pasticcio". Dopodiché si prendono istruzioni dalla stessa Unione Europea e si mette in atto un bel trucco tanto semplice quanto mefistofelico. Si aspettano i tre anni a braccia conserte e poi si approva a Berna una legge d'applicazione del 9 febbraio che non applica nulla di quanto previsto dall'articolo costituzionale. Si ammette poi candidamente che la nuova legge non rispetta la Costituzione e che l'eurocompatibilità val ben più del rispetto dell’incauta decisione popolare. E voilà. Contingenti, tetti massimi e priorità dei residenti sul mercato del lavoro spariscono dal radar politico e dalla legislazione presentata dall’UDC al Nazionale e agli Stati. A questo punto ti aspetti che il Consiglio federale provveda in prima persona a far rispettare la nostra Costituzione. Ma il Consiglio federale è complice di questa subdola manovra. Forse addirittura l'ispiratore. E i cinque saggi (due non erano d'accordo) hanno dunque la sfrontatezza di negare l'esigenza di procedere tramite ordinanza all'introduzione di quanto richiesto dal Popolo e si rimangiano tutto quanto sottoscritto, ossia che avrebbero disdetto la libera circolazione delle persone.

Tutto bene dunque, pericolo scampato, penseranno loro. La scellerata decisione è stata neutralizzata e poco importa se per far questo si è dovuto calpestare la Magna Charta su cui si è giurato. Ora ritorniamo a sud delle Alpi. 9 febbraio in salsa ticinese. “Prima i nostri” chiede l'introduzione della preferenza indigena sul mercato del lavoro. Prima i nostri è evidentemente conforme al diritto superiore e col beneplacito del Consiglio federale che l’ha già bollato tale, salvo imprevisti antidemocratici, riceverà la garanzia dall'Assemblea federale. Come mai? Semplice, perché afferma gli stessi principi della Costituzione svizzera. Ora i promotori, come la maggioranza della popolazione d'altronde, vorrebbero semplicemente veder applicata, ma questa volta sul serio, la benedetta priorità dei residenti. Ma i prestigiatori, sempre degli stessi partiti, sono già all'opera. Il trucco quale sarà questa volta? Semplice. Fin troppo semplice. Puntare il dito verso la vuota legge d'applicazione federale che non prevede contingenti, tetti massimi e preferenza, insomma nulla di quanto previsto dalla Costituzione, e fare orecchie da mercante alla nuova richiesta dei ticinesi. Alcuni hanno addirittura avuto l'ardire di dichiarare che la preferenza indigena deve essere introdotta dai deputati di Berna e non da quelli di Bellinzona, mentre sanno benissimo che è proprio grazie al comportamento dei loro partiti che la priorità non ha potuto vedere la luce. Un'incoerenza e una spregiudicatezza politica e intellettuale esemplare. Rimane una piccola flebile speranza. Che chi, in buona fede, aveva pubblicamente promesso di rispettare fino in fondo le decisioni popolari, che chi vuole mettere delle regole a questo inaccettabile Far West dove degli imprenditori senza scrupoli purtroppo rovinano l’immagine di tutta una categoria che meriterebbe ben altro apprezzamento, non si tiri indietro al momento del voto cantonale.

Applicare i principi delle nostre Costituzioni, scelti in libertà e coscienza dai nostri cittadini, dovrebbe essere un obbligo per i politici, al contrario, magheggiare con la democrazia diretta, per non applicarla, non rende onore al compito che ci ha affidato il popolo svizzero e quello ticinese.

Marco Chiesa, Consigliere Nazionale Udc

Redazione | 14 ott 2017 09:20

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