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Piero Marchesi - Imposte delle imprese: si gioca con il fuoco

Il prossimo 12 febbraio, a seguito del referendum lanciato dalla sinistra, il popolo svizzero verrà chiamato alle urne per esprimersi sulla Riforma III delle imprese varata dalle Camere federali. Il mio convinto sostegno a questa riforma è dettato prevalentemente da aspetti pragmatici.

Il nuovo standard internazionale – a cui la Svizzera ha aderito - elimina i privilegi fiscali per le grandi aziende che oggi beneficiano di uno statuto particolare e che permette loro di pagare pochissime imposte. In sostanza la riforma permetterà di chiamare alla cassa queste entità, allo stesso modo dell’artigiano delle nostre valli, equiparando le percentuali di prelievo fiscale.

Le imprese che oggi beneficiano del regime fiscale particolare sono circa 24'000 in tutta la Svizzera. Sono ben 150'000 gli impieghi creati da queste entità, che con la Riforma III delle imprese vedranno aumentare il costo per le imposte in modo importante. Inoltre, se consideriamo l’indotto da esse prodotte, quali IVA, tasse sul capitale e sull’utile immobiliare, è evidente che non possono essere considerate entità marginali. Attualmente i loro contributi generano alla Confederazione quasi la metà dell’imposta federale diretta sull’utile – quasi 5 miliardi di franchi l’anno – e quasi 1 miliardo per Cantoni e Comuni. Per questo motivo l’aliquota ora in vigore per tutte le altre aziende sarà diminuita per mantenere il nostro Paese attrattivo, anche per quanto attiene l’aspetto fiscale.

I maggiori beneficiari di questa Riforma saranno le piccole e medie imprese (PMI) - dunque la maggioranza delle aziende – che avranno una pressione fiscale più moderata, a tutto beneficio degli investimenti e della conservazione dei posti di lavoro. La Confederazione ha già previsto nel budget federale 1,1 miliardi di franchi ogni anno per i Cantoni, così da adattare il sistema fiscale. I Cantoni hanno infine la possibilità di modulare la riforma secondo le peculiarità di ogni singola situazione, in perfetto stile federalista. Il Consiglio di Stato ha già presentato la propria visione adeguata alla situazione ticinese, che personalmente condivido.

Perché mai essere contrari a questa riforma? La sinistra – che ha lanciato il referendum – lo fa per pura ideologia. Sono contrari a qualsiasi forma di adattamento fiscale atto a rendere la Svizzera più competitiva, dimenticando però, che creerà delle condizioni quadro affinché le grosse aziende non delocalizzino, con le evidenti conseguenze catastrofiche per le finanze pubbliche che non permetterebbero più di mantenere uno stato sociale come quello attuale.

Se guardiamo alle ultime due riforme fiscali, hanno permesso di aumentare le entrate dell’imposta federale diretta da poco meno di 4 miliardi nel 1998 a più di 10 miliardi di franchi nel 2015. La sinistra, non considerando i rischi che comporta, gioca con il fuoco. Quello che loro considerano un regalo all’economia, è semplicemente la garanzia per il mantenimento del benessere dei cittadini con una politica fiscale attrattiva ed equa. Proprio quell’equità da loro sempre rivendicata e che questa riforma garantirà, trattando tutte le aziende – piccole o grandi che siano – allo stesso modo. Si può vivere di idealismi come fanno loro, o affrontando la situazione in modo pragmatico e guardando in faccia alla realtà, garantendo prosperità e posti di lavoro e mantenendo uno Stato sociale adeguato.

Piero Marchesi, Presidente UDC Ticino

Redazione | 12 gen 2017 12:33

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