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Nenad Stojanovic: scoprire il Ticino camminando

Talvolta i politici sono lontani, troppo lontani, dai cittadini e dal territorio. Forse, mi son detto, potrebbe essere utile seguire la massima machiavelliana e salire sui monti per osservare meglio le nostre valli, e scendere in valle per rendersi conto dell’importanza dei monti, cercando nel contempo il dialogo con coloro che vivono su questi monti e in queste valli. Ciò spiega il motto – «A contatto con i cittadini, alla riscoperta del territorio» – che ho scelto come fil rouge del giro del Ticino a piedi effettuato in dieci giorni, fra il 13 e il 22 agosto. L’obiettivo era di raggiungere i principali valichi di confine fra Italia e Svizzera. Ecco alcuni appunti, impressioni e riflessioni di questo viaggio.

Il confine esiste ancora, ma le frontiere non ci sono più.

La frontiera, così come siamo abituati a pensarla, non esiste più! Solo pochi valichi sono ancora controllati dalle guardie di confine (svizzere o italiane che siano). Nella maggior parte dei casi uno può transitare liberamente fra Svizzera e Italia. Ciò non vuol dire che i confini sono spariti o che le guardie di confine non hanno più niente da fare. I controlli di dogana sono infatti diventati mobili e possono essere effettuati in qualsiasi momento, in qualsiasi posto. A Chiasso, tuttavia, vi è ancora una lunga rete metallica che divide il territorio svizzero da quello italiano. Perché? Per far sì che un abitante di Chiasso possa continuare ad avere l’impressione – leggi: illusione – che la frontiera sia ancora reale? L’apertura delle frontiere, una conseguenza degli accordi di Schengen, viene spesso associata a problemi. Ma per chi ci vive vicino lo percepisce anche come un’evoluzione positiva, come un’opportunità. Fino a qualche anno fa, per esempio, il confine fra Indemini e Biegno (I) era chiuso di notte. Oggi è sempre aperto e non è più controllato. Gli abitanti di Indemini che abbiamo interpellato ci hanno detto che preferiscono di gran lunga la situazione attuale e che non hanno osservato alcun aumento di “clandestini” o di furti.

Gli elettori ci sono, ma a volte si dimenticano di votare...

«Alle elezioni cantonali di aprile non abbiamo votato... perché ci siamo dimenticati.» Queste le parole di una coppia sulla sessantina che abita in un villaggio di confine. Anni fa erano molto interessati alla politica, ed erano pure attivi nelle associazioni di volontariato vicine alla sinistra, ma ora sono in pensione e hanno altre preoccupazioni e altri progetti di vita. La politica non è (più) una priorità per loro e così può succedere che si dimentichino di votare. Essi fanno parte di quel 41,5% dei cittadini che non si è recato alle urne alle elezioni cantonali di aprile (e vi è da scommettere, in base ai risultati degli anni passati, che alle elezioni federali questa percentuale crescerà ulteriormente). Ecco una sfida per i partiti: come riuscire a raggiungere questi cittadini, neanche tanto per «convincerli» a votare, ma semplicemente per ricordare loro che si vota? La possibilità di votare per corrispondenza nelle elezioni federali, per la prima volta in Ticino, potrebbe facilitare la partecipazione di queste persone ma occorrerebbe ripensare le modalità per ricordare loro che si vota. Per esempio telefonando a casa? O bussando alle porte? Gli invii cartacei finiscono spesso nella catena di riciclaggio prima ancora di essere letti...

Parlare di politica con tutte le categorie di lavoratori

Incontri inaspettati. Incontri arricchenti. Nel Mendrisiotto due guardie di confine ci offrono il pranzo, preparandolo nella piccola cucina presso una dogana ancora occupata: uno squisito risotto ai funghi porcini, accompagnato da una bottiglia di merlot. Ci raccontano il loro lavoro quotidiano, ci tengono affinché la loro immagine non sia associata a personaggi cattivi che catturano i clandestini e basta. «Nessun giornale ha scritto che abbiamo anche aiutato i rifugiati, offrendo loro la prima assistenza, coperte, bibite...» Anche questi gesti meritano riconoscenza e rispetto

minols | 26 ago 2011 13:15