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Ewolo: "Sono un ticinese... nero che parla il dialetto!"

IntegraTI - Dietro i sorrisi del congolese la fuga dal regime di Mobuto e l'abbandono. "Vorrei essere un esempio"

Tanti hanno sentito parlare di Cristel Ewolo, 40enne congolese diventato famoso per i suoi panini e per le vicissitudini nel trovare una location per il suo truck. Ma pochi sanno la sua storia: nonostante lo si veda sempre sorridente e gentile, il passato di Cristel è stato pieno di episodi difficili, che però non gli hanno mai fatto smettere di credere in un futuro migliore.

Quando sei arrivato in Ticino?
Nel 1985. E’ una storia particolare: io vengo dal Congo e in quegli anni c’era il durissimo regime di Mobuto. Ho perso la mia famiglia che avevo solo tre anni e alcuni conoscenti, forse parenti della mia famiglia, mi hanno preso con loro e siamo scappati prima in alcuni paesi africani e successivamente, quando avevo 6-7 anni, in Francia. Dopo un paio di anni mi hanno affidato a una donna, africana anche lei, che mi ha preso e mi ha portato con sé in Ticino.

Quindi eri finalmente al sicuro.
Purtroppo no. Dopo solo un anno questa donna, che forse mi ha usato solo per avere il permesso di soggiorno in Svizzera, mi ha abbandonato. Dalla mattina al pomeriggio: ero rientrato da scuola e non ho trovato nessuno in casa. Così ho chiesto aiuto ai genitori di una mia compagna i quali hanno chiamato la polizia e poi mi hanno affidato alla Casa Primavera di Lugano.

Com’era la vita a Casa Primavera?
All’inizio davvero difficile: non conoscevo nessuno e non parlavo italiano. Ero spaventato e pure un po’ ribelle. Ricordo che appena arrivato avevo tutti i bambini attorno che mi fissavano perché non avevano mai visto un bambino di colore. Motivo per il quale all’inizio mi sentivo un po’ emarginato. Ma la cosa più difficile era il weekend, quando tutti i miei compagni tornavano a casa e io ero da solo. Per fortuna gli educatori e persone come Paolo Pezzoli mi hanno sempre sostenuto e sono riuscito a completare gli studi, ottenendo il diploma di radiotecnico.

Stavi cominciando a integrarti?
Passata la “novità” del colore, i bambini capiscono che sei esattamente come loro. E poi stavo cominciando a parlare italiano e a fare sport: queste sono cose che mi hanno aiutato tanto a sentirmi più a mio agio.

Il colore della pelle è stato quindi un handicap?
Quando sono arrivato in Ticino i ragazzi di colore non erano tantissimi. Quindi capitava di essere fermato dalla polizia perché sembravo uno spacciatore. I pregiudizi iniziali mi sono costati un po’ di impieghi: alle volte i datori di lavoro mi chiamavano al telefono per fissare i colloqui, poi mi vedevano e si stupivano che sapessi parlare così bene l’italiano… e magari non mi richiamavano più. Ma le cose fortunatamente sono cambiate.

Cosa intendi?
Penso che adesso questa differenza si rivela il mio punto di forza: mi sono messo in gioco con la mia attività di street food e la gente ha apprezzato questa mia voglia e per la mia capacità di usare prodotti locali, ma declinandoli alle mie origini… Essere straniero non è sempre una minaccia, anzi: se viene valorizzata può essere una possibilità in più.

Ma come hai cominciato a dedicarti all’attività di street food?
Ho lavorato diversi anni prima alla TSI e poi al Teatro Sociale di Bellinzona come macchinista, fino a quando non ho conosciuto una ragazza con la quale ho cominciato a convivere. Mentre eravamo assieme ci è venuta l’idea di aprire un’attività assieme, in modo da far combaciare i nostri orari lavorativi e la nostra passione per la cucina. Purtroppo appena è stato aperto il truck ci siamo lasciati… ma io ho continuato a credere in questa idea e sono andato avanti.

Ti aspettavi questo successo e questa solidarietà da parte delle persone?
Sinceramente no e mi ha commosso. Penso che questo affetto sia dovuto alla passione che ci metto in questa attività e al modo in cui cerco di sfatare il luogo comune che gli stranieri vengono qui solo per farsi mantenere. Anzi, spero che questa attività possa essere di stimolo per qualche straniero a rimboccarsi le maniche e capire che è sbagliato dire che non trovano lavoro perché i ticinesi sono chiusi o il sistema li esclude. Dobbiamo essere noi a sfatare i luoghi comuni con gesti pratici e concreti.

Tu hai scelto di usare prodotti ticinesi per i tuoi panini.
Certo! Mi piace usare prodotti locali. Un po’ perché favorisce la nostra economia, ma soprattutto perché sono buoni!

Qual è il tuo preferito?
Trovo che la carne ticinese sia di grandissima qualità e mi piace dargli un gusto particolare con la marinatura esotica che ho creato…

Hai il passaporto svizzero?
No, ho solo il permesso C. Questo mi dispiace perché, in un momento storico in cui si parla di stranieri con la doppia cittadinanza, io in realtà non ne ho neanche uno perché la richiesta di naturalizzazione è piuttosto complicata. Per questo non posso viaggiare e mi sento uno straniero in Africa, perché delle mie origini ormai ho solo il colore della pelle, e sono ufficialmente straniero in Svizzera, anche se non mi sento così…

Ti senti ticinese?
Sono ticinese! Ho assimilato tutta la cultura e i modi di fare del Cantone, ho sempre vissuto qui e parlo pure il dialetto…

Davvero?
Certamente! Quando facevo l’apprendistato e andavo a fare lavoretti a casa di anziani parlavo loro in dialetto: rimanevano sbigottiti. Credo sia un modo bellissimo per abbattere le barriere e raccontano la storia e la cultura di un popolo. Sono orgoglioso di parlarlo!

Cosa vorresti per il tuo futuro?
Trovare una stabilità e vivere una vita dignitosa. Dopo tante difficoltà vorrei riuscire a credere di essere stato un esempio per qualcuno. Ho rispetto per me stesso e per questa terra che mi ha ospitato: vorrei darle indietro tutto quello che mi ha dato. E continuerò a provarci!

MS

 

Redazione | 6 ott 2017 15:46

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