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"Interpreto fedelmente ciò che Puccini voleva trasmettere"

La cantante lirica Hiroko Morita descrive il suo approccio al personaggio principale di Madama Butterfly, in scena il 20 maggio al Palexpo di Locarno

Siamo ormai a pochi giorni dall’inizio della prima edizione del Festival Internazionale di Opera Lirica e di Balletto di Locarno e dopo aver sentito nelle scorse settimane il Presidente della manifestazione Carlo Pesta e il Direttore d’orchestra Gianmario Cavallaro, Ticinonews ha intervistato per voi Hiroko Morita, la giovane e graziosa cantante lirica giapponese che interpreterà la geisha Cio-Cio-San, denominata Madama Butterfly, nell’omonima opera di Giacomo Puccini, che andrà in scena domenica 20 maggio al Palexpo, nell’ultima delle tre rappresentazioni del festival locarnese.

Signora Iroko, lei vive ormai da qualche anno in Italia e più precisamente a Milano. Cosa l’ha portata ad oltrepassare l’Oceano e stabilirsi in Italia?
Il motivo è semplice. Dopo l’infanzia trascorsa a Kyoto, mi sono trasferita a Tokyo per intraprendere i miei studi all’Università artistica statale, dove mi sono laureata, ottenendo il Masters, dopo ulteriori due anni. Dopo di che, mi sono trasferita in Italia grazie alle borse di studio offertemi dal governo giapponese e da quello italiano, seguendo poi un biennio di specializzazione al Conservatorio di Novara. Terminati gli studi, ho iniziato a lavorare stabilendomi definitivamente a Milano, dove risiedo ormai da dieci anni.
L’Italia, patria dell’Opera con tutti i suoi grandi compositori, non poteva che essere quella la sua meta professionale.
Certo, l’Opera è nata in Italia e quindi, per approfondire le mie conoscenze era ed è tuttora il mio indirizzo ideale.
Come si è avvicinata alla lirica?
Provengo da una famiglia di musicisti: mio padre si è laureato come direttore d’orchestra, mia madre era insegnante di pianoforte e mia sorella suona il clarinetto. Di conseguenza, la mia scelta è stata quasi una conseguenza naturale.
Quali sono i punti in comune e le differenze essenziali tra il Giappone e l’Italia in campo lirico?
Nel mio Paese, l’Opera lirica è amatissima, tanto che i teatri sono sempre gremitissimi. Ogni anno, giungono nei nostri maggiori teatri artisti da tutto il mondo. Il pubblico giapponese è molto attento e informato e dopo aver seguito le rappresentazioni in religioso silenzio, al termine degli spettacoli, esprime la propria soddisfazione con grande calore ed entusiasmo. A differenza del pubblico giapponese, molto eterogeneo con tutte le fasce d’età presenti, in Italia, invece, gli spettatori giovani scarseggiano. È un po’ peccato, perché a mio avviso l’Opera è un aspetto dell’arte fondamentale.
La spiritualità dei giapponesi, presente in tutte le loro attività, si nota che nell’arte e più particolarmente nell’Opera lirica?
Credo di sì, anche se, essendo giapponese, non me ne rendo conto, perché insita in me come nei miei connazionali.
La sua giovane età non le ha impedito di interpretare le opere più famose della lirica.
Sì, ho già avuto l’onore di cantare per la Traviata, la Bohème, Don Giovanni, Carmen, Flauto magico, Trovatore, Pagliacci, Il Barbiere di Siviglia e, naturalmente, Butterfly, l’opera che ho interpretato maggiormente.
Madama Butterfly e la Traviata sono due storie d’amore che si concludono tragicamente con la morte delle due protagoniste. Ci sono delle analogie tra Cio-Cio-San e Violetta?
Certamente. Entrambe vivono per l’amore, anche se muoiono in circostanze differenti. Cio-Cio-San decide di morire per l’onore, mentre Violetta a causa della tubercolosi. Violetta è una cortigiana di altissimo livello, mentre Cio-Cio-San è una geisha. Entrambe sono cortigiane di alto livello artistico: sanno ballare e comunicare ad alti livelli, anche quando sono tenute ad intrattenere delle discussioni impegnative a livello politico. Le emozioni che loro provano accomunano l’oriente all’occidente. Per quanto attiene al personaggio di Violetta, ho cercato di studiare la sua gestualità, tipicamente occidentale e in questo senso, il fatto di vivere in Italia, mi ha aiutato moltissimo. Invece, per Cio-Cio-San mi immergo nel personaggio con la consapevolezza di essere giapponese, ma altresì sapendo che nel 1900, Giacomo Puccini si ispirò ad una storia scritta dall’americano John Luther Long nel 1898 e, di conseguenza, devo avere una visione molto ampia. Personalmente, cerco di trovare quella donna giapponese ideale sognata da Puccini e che il grande compositore italiano voleva fare sognare agli spettatori. Di conseguenza, la mia responsabilità, come giapponese, è enorme e per me si tratta di una vera e propria sfida.
Cinema e Teatro: ci sono delle connessioni tra queste due espressioni artistiche?
Certamente, i punti comuni sono innumerevoli. Essere un interprete canoro dell’Opera lirica significa anche essere attore, e in questo senso mi piacerebbe un giorno sviluppare ulteriormente questo aspetto.
Cosa rappresenta per lei la lirica?
Ho iniziato a all’età di 16 anni, quindi non prestissimo, perché in precedenza volevo diventare una pianista. Non essendo bravissima in questa attività artistica, mi sono indirizzata all’Opera, grazie alla mia grande maestra Yasuko Hayashi, una delle poche cantanti che ha avuto il grandissimo onore di esibirsi come protagonista dinanzi alla platea della prestigiosa Scala di Milano. Yako ha subito intravvisto in me le qualità ideali per proseguire su quella strada. Inoltre, per me il canto rappresenta una liberazione del mio Ego, un'attività che mi permette di esprimere tutte le emozioni che porto dentro di me. Delle emozioni, che io desidero regalare al pubblico e che mi riempiono di gioia, celebrando un momento magico del teatro. E anche domenica prossima, a Locarno, mi auguro che si ripeta questa splendida magia con questo scambio vicendevole di emozioni, che anche il pubblico - attraverso sorrisi e pianti - mi regala.
A differenza della maggior parte dei cantanti di Opera lirica, nelle sue interpretazioni lei utilizza i suoi kimono personali d’epoca.
Sì, li porto sempre con me. Apprezzo comunque gli sforzi dei costumisti e dei coreografi dei teatri europei, che cercano di proporre degli abiti non tradizionalisti anche se la produzione del Festival di Locarno utilizza degli stupendi kimono tradizionali che utilizzerò con grande piacere. In Europa, il pubblico apprezza moltissimo i kimono originali, tanto che al termine delle rappresentazioni, sono spesso sottoposta a prolungate sedute fotografiche.
Per giungere ai risultati attuali, lei ha sicuramente dovuto lavorare duramente. Quanto tempo dedica quotidianamente alla sua preparazione?
Dal punto di vista canoro, ogni giorno studio i testi e mi alleno sull’arco di due ore. In seguito, mi dedico alla lettura degli spartiti, cercando di interpretare nel miglior modo possibile quello che voleva il compositore. In altre parole, ricerco continuamente la sua chiave di lettura. Ad esempio, una pausa potrebbe significare un'espressione di stupore o di sospiro. In pratica, voglio interpretare fedelmente quello che il compositore voleva trasmettere al pubblico rispettando i dettami della sua epoca.
Cantante lirico si nasce oppure lo si diventa?
Secondo me lo si diventa con tanto studio, spirito di sacrificio, volontà e costanza, anche se nel mio caso parlerei piuttosto di passione, visto che io amo tantissimo questo lavoro.
Le piacerebbe insegnare o addirittura aprire una scuola di canto lirico?
Certo, anche perché ho già insegnato a dei giovani in Giappone e pure in Italia pur non avendo degli allievi fissi. È un discorso aperto per il mio futuro.
Concludendo, cosa direbbe ad un giovane che volesse intraprendere la carriera di cantante lirico?
Di perseverare non lasciandosi andare alle prime avversità, perché con l’entusiasmo, la volontà e l’interesse per la musica classica e lirica si possono raggiungere dei risultati interessanti.

 

Roberto Quadri

 

Redazione | 12 mag 2018 18:31

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