Accedi
Commenti

"La classe operaia va... al Lac!"

Lino Guanciale a Lugano con il riadattamento teatrale del noto film di Elio Petri: “Il teatro è un atto politico”

A quasi 50 anni dal debutto del film del 1971 La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, la fondazione Emilia Romagna Teatro ne ha realizzato un adattamento teatrale, spunto nato dall’attore Lino Guanciale, noto per aver operato in televisione, cinema e teatro. Il 17 e il 18 marzo la rappresentazione sarà al LAC di Lugano e in occasione di questo abbiamo approfittato di fare una qualche domanda a Lino Guanciale, che oltre ad esserne l’ideatore è anche l’attore protagonista dello spettacolo.

Come è nata la trasposizione teatrale di La classe operaia va in paradiso?

È nata da una mia proposta fatta a Claudio Longhi, il regista con cui collaboro ormai da 15 anni, mentre stava preparando la sua domanda per partecipare al bando per la direzione di ERT (Emilia Romagna Teatro). Da tempo sognavamo di portare sul palcoscenico un grande classico della nostra cinematografia tra gli anni ’70 e inizio ’80, epoca gloriosa in cui a nostro parere il cinema è stato veramente in grado di raccontare, anche in forma di epopea popolare, gli anni cruciali dell’Italia, che hanno delle ricadute importanti sulla nostra contemporaneità. Quando doveva stilare la sua partecipazione al bando di concorso, Claudio mi ha chiesto se sapevo indicargli dei film da inserire a titolo di trasposizione dal cinema al teatro sul tema del lavoro, e io di getto gli ho proposto La classe operaia va in paradiso. Quando l’ho visto la prima volta, a 20 anni, mi ha particolarmente segnato, soprattutto per le sequenze di interni famigliari, con le persone ipnotizzate dalla luce del televisore, nelle quali ho riconosciuto il più forte potere profetico del film: in fondo, se si sostituisce a quella luce azzurrina la luce biancastra dei nostri smartphone, le latitudini sociologiche sono praticamente le stesse. Quella trasformazione da lavoratori in consumatori che allora era ancora aurorale, si è oggi perfettamente compiuta e questo crea un grande margine di attualità, sia per il film che per la nostra operazione. È tutto nato dalla nostra convinzione che attraverso questo film si potesse raccontare molto dell’Italia dei nostri giorni.

Si tratta comunque di un film del 1971, c’è un nesso tra allora e oggi in ciò che tratta?

Il nesso non è sicuramente lessicale, la cosa che salta veramente all’occhio è la differenza di linguaggio: oggi non si parla più ne di classe ne di operai. Il punto è che esistono delle differenze date dal fatto che allora si chiamavano con determinati nomi determinate cose e questi erano condivisi e, comunitariamente, venivano utilizzati per mettersi insieme e fare delle rivendicazioni collettive, quindi la dimensione della protesta dei lavoratori era per l’appunto comunitaria. Oggi invece viviamo in una galassia di individui in cui il concetto di classe, ovvero di insieme di persone che si riconoscono in certi obiettivi e in certe condizioni problematiche, non è più utilizzato perché, per l’appunto, la società è cambiata e siamo tutti molto più individualisti. Quindi senz’altro non parliamo più la stessa lingua di 50 anni fa, senz’altro il mondo del lavoro per certi aspetti è ovviamente migliorato, senz’altro per altri è sicuramente peggiorato, anche se non ce ne rendiamo conto, perché oggi i lavoratori sono molto meno capaci di mettersi insieme e rivendicare condizioni di lavoro più giuste o cambiamenti anche radicali del sistema in cui viviamo.

Si tratta quindi di un’opera dalla dimensione politica?

Si, assolutamente. Noi partiamo sempre dal presupposto che il teatro sia comunque politico. Anche quando si pensa di fare mero teatro di intrattenimento, in realtà si fa un gesto politico, perché il puro e semplice mettersi di fronte a qualcuno, parlando e facendo un discorso che ha a che fare con la nostra società, è un atto politico. Si parla di fronte a un insieme di individui che si riunisce, in questo c’è una sfumatura sempre rituale e c’è una responsabilità carismatica da parte di chi sta davanti rispetto a chi ascolta. Noi cerchiamo semplicemente di agire consapevolmente sfruttando e utilizzando le potenzialità dello strumento che è il linguaggio teatrale, per parlare di quelli che ci sembrano i problemi più forti della nostra contemporaneità e nel farlo cerchiamo anche di utilizzare un linguaggio popolare, che è un altro grande tema, perché significa voler parlare con il maggior numero di persone possibile, che non significa banalizzazione del contenuto, lo spettacolo è complesso, però offre tante porte d’accesso a chiunque.

Rispetto al film ci sono delle particolari differenze?

Si, infatti non si tratta di un mero adattamento. Noi abbiamo portato in scena alcune sequenze essenziali del film per ricostruirne la trama fondamentale, però nello spettacolo ci sono intere scene al di fuori di esso. Viene portato in scena il dialogo continuo tra sceneggiatore e regista, quindi si racconta come è stata costruita e pensata la pellicola, vengono rappresentati i recensori del film, coloro che ne scrissero per lo più malissimo sulla stampa di allora, e anche degli spettatori normali. Ci sono scene che sono costruite su impressioni di spettatori di ieri, e questo è fatto attraverso l’uso di romanzi di quegli anni, dal poema “La ragazza Carla” di Pagliarani a “Porci con le ali” di Lidia Ravera, per dare un po’ il paesaggio culturale e letterale dell’epoca, ma ci sono anche le opinioni degli spettatori di oggi: ci sono delle sequenze basate su quello che ci hanno detto degli spettatori odierni a cui abbiamo appositamente fatto vedere il film. Ognuno ci ha regalato dei giudizi che noi abbiamo selezionato e inserito nello spettacolo, per rendere possibile quindi allo spettatore di entrare in un grande cantiere sulla classe operaia, il film, in cui vede come è nato e anche come è stato recepito allora e come può essere o viene recepito oggi. Diciamo che è un lavoro di destrutturazione e di ricostruzione, come se fosse messo sul vetrino del microscopio, per osservarne i contenuti insieme agli spettatori di oggi e in fondo capire che margine di utilità può avere oggi riflettere sulla classe operaia. Un titolo buono potrebbe essere questo: Riflettere su “La classe operaia va in paradiso”.

Michele Sedili

Per info e biglietti vai sul sito mediatickets.ch (clicca qui)!

Redazione | 12 mar 2018 14:08

Vuoi dire la tua sull'argomento? Clicca 'Commenti'