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Finzi Pasca torna a casa: "Ogni volta un'emozione"

Il regista ticinese presenta Bianco su bianco, di scena al Lac: "Il tragicomico è ciò che mostra agli altri chi siamo”

Daniele Finzi Pasca è una delle più grandi personalità nel mondo dello spettacolo in Svizzera, ma non solo. Il 20 novembre scorso infatti, il Cirque du Soleil ha annunciato il ritorno in scena dello spettacolo Corteo, scritto e diretto da Finzi Pasca nel 2005, del quale la nuova tournée partirà il 2 marzo da New Orleans. Ma la sua arte rimane ben presente anche in Ticino, infatti dal 10 al 14 marzo il suo spettacolo Bianco su bianco, che dal suo debutto nel 2014 è stato in 38 città di 12 paesi, tradotto in 5 lingue e con oltre 27000 spettatori, tornerà in Ticino, al LAC di Lugano, luogo in cui, durante una sua conferenza stampa, abbiamo avuto il piacere di farci raccontare qualcosa a proposito di questo ritorno a casa e della sua visione dello spettacolo.

Cosa si prova quando un tuo spettacolo torna al suo luogo d’origine?
Ogni volta che torniamo a casa sentiamo una bellissima emozione. È bello sentire questo abbraccio del pubblico, questo fatto che abbiamo debuttato qua e l’anno successivo dobbiamo tornare perché l’anno prima moltissime persone l’hanno visto ma ancora non era abbastanza. E allora cosa senti? Senti proprio un affetto, senti che la storia di questo gruppo di amici che eravamo e che continuiamo ad essere adesso è un po’ la storia di tanti che si riconoscono in questa avventura, quindi è bello, è molto, molto bello. Perciò si prova entusiasmo, piacere, emozione e anche orgoglio: c’è proprio anche dell’orgoglio quando senti che arrivi e sei atteso, che c’è della festa intorno, è una sensazione molto bella, ed è anche bello perché si tratta di una compagnia internazionale con attori da tutto il mondo, e per noi che siamo del posto è un tale piacere portare qualcosa alla gente di qua.

Bianco su bianco può essere definito uno spettacolo comico e drammatico, secondo te qual’è il confine tra queste due definizioni apparentemente opposte?
Sono solo apparentemente opposte, in realtà non lo sono. La comicità è una cosa, ma la tragicità e il comico quando si incontrano producono quello che in fondo è parte del nostro DNA di mediterranei. Molte nostre storie, la nostra cinematografia, sempre o spesso camminano su quel filo magico che ti fa sentire che tutto potrebbe svilupparsi e diventare profondamente storia tragica, o che la tragicità prenda un tale volume e una tale strana dimensione che ad un tratto ti provoca una sensazione di ilarità, perché ti ci riconosci. Quindi il nostro teatro è sempre stato così, come tradizione vuole probabilmente, perché siamo mediterranei nel nostro modo di portare e raccontare le cose, quindi il tragicomico è proprio l’elemento che spiega agli altri chi siamo.

“I clown non incarnano la stupidità ma la fragilità degli eroi perdenti” puoi spiegarci questa tua frase?
Noi siamo cresciuti con gli dèi greci, i semi-dèi greci, potenti e invincibili. Poi arriva la cinematografia americani e lì abbiamo di nuovo questi eroi, come per primo John Wayne e andando avanti molti altri, ai quali gli indiani piantavano una freccia nella gamba e loro se la strappavano fuori con un coltello, addirittura si cauterizzavano la ferita con un coltello messo nella brace… Io in una situazione così, se uno mi tirasse una freccia nella gamba, a parte che sverrei, ma l’idea strapparmela fuori, l’idea di mettere un coltello nella brace… È pieno di questi eroi nei quali è difficile riconoscersi. Quindi la storia nostra è si fatta di eroi, ma questi eroi forse siamo io, i miei amici e tutti i miei parenti che quasi sempre perdiamo ma a volte, di colpo, si vince. Però, a differenza ad esempio di questi eroi americani, anche se si perde ci si vuole bene, perché questa fragilità che si mette in mostra è poi l’umanità di ognuno di noi.

Come vedi il teatro e lo spettacolo circense al giorno d’oggi?
L’arte del circo la applico e la conosco solo quando lavoro al Cirque du Soleil, altrimenti il mio teatro è un teatro acrobatico, nel senso che è con attori che hanno dentro di loro, tra i vari aspetti tecnici sviluppati, anche una predisposizione fisica totalmente particolare e speciale, perché alla base di questo e di un certo tipo di teatro tradizionale, se pensi a quello orientale o a quello di altri paesi e alla commedia dell’arte, l’attore era anche un acrobata. Dove sta andando il circo? Probabilmente sta abbandonando quel polveroso modo di pensare allo spettacolo come a una sequenza di numeri e di arti messi insieme, spostandosi verso una ricerca di senso, una ricerca di sorpresa, un tentativo di non riprodurre dei cliché ed è li che il linguaggio del teatro acrobatico, delle acrobazie in senso più ampio e anche del circo sta andando secondo me.

Michele Sedili

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Redazione | 1 mar 2018 09:40

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