Foto Marzio Minoli
È una Mantova ferita nel suo intimo quella che accoglie la sedicesima edizione del Festivaletteratura. Una città toccata dal terremoto non in modo devastante, come in altre località, ma in ogni caso lacerata negli affetti.
Il clima che si respira è un po’ dimesso, sottotono rispetto alle precedenti edizioni. Si ha l’impressione che ci sia meno gente. L’impressione viene poi confermata chiacchierando con la gente del posto che vive e lavora con il Festival. I tassisti ci dicono che stanno fermi anche tre quarti d’ora, cosa mai successa. Un barista ci dice “Il terremoto è stata una catastrofe per noi. Il turista che prima veniva a vedere le nostre opere d’arte quest’anno non c’è”.
Si perché Mantova è stata toccata nei suoi punti cardine. La Camera degli Sposi del Mantegna su tutti, meta di visite da ogni dove ma ora chiusa per pericolo di crolli. Ma anche il cupolino del campanile di Palazzo Ducale che a vederlo circondato da una gabbia di ferro mette tristezza. Oppure Palazzo Te, sfregiato anche lui.
Il Festival stesso era stato in dubbio fino a poco tempo fa. Ma il tendere verso la voglia di cultura, di incontro, di sapere ha avuto la meglio.
Sfidando il terremoto ma anche la crisi, gli organizzatori sono riusciti a rinnovare la magia del libro. Si sono dovuti arrangiare, in quanto molti luoghi tradizionali non erano agibili a causa del pericolo di crolli, pensiamo al Cortile della Cavallerizza su tutti. Per sopperire alla mancanza di spazi pubblici ci si è dovuti rivolgere ai privati. I quali si fanno pagare, e, a quanto ci è stato detto, anche in modo profumato. Complimenti per la sensibilità. Da qui l’esigenza di aumentare il prezzo del biglietto per gli eventi. Da quattro euro a quattro euro e cinquanta.
Ma anche con qualche evento in meno (221 contro i 295 dello scorso anno), gli autori presenti sono stati in ogni modo di prim’ordine. Zygmunt Baumann, considerato il teorico mondiale della postmodernità, Joe Boyd, lo scopritore dei Pink Floyd, passando per l’irlandese Roddy Doyle. Ma anche Marcello Fois, Massimo Gramellini, Eric-Emmanuel Schmitt, fino allo svizzero Peter Bichsel solo per citarne alcuni, John Lansdale, giallista di fama mondiale e molti altri ancora.
C’è stato, come sempre, anche il lato più glamour del Festival, con Luciano Ligabue il quale ha attirato una folla di ragazzi più impegnati a filmarlo con il telefonino che ad ascoltarlo.
Tutti personaggi che non hanno mancato di sostenere i lavori di restauro delle opere d’arte danneggiate lanciando un appello affinché questi lavori siano immediati. Un appello che andrà oltre i confini italiani in quanto si tratta di salvare tesori mondiali. Mantova ha bisogno di tutti.
Anche quest’anno ci aspettavamo di trovare qualche traccia del Canton Ticino. Evidentemente chi opera nel Cantone, sia a livello pubblico che privato ritiene inutile far conoscere questa particolare realtà italofona fuori dai confini italiani, in un contesto fatto di gente che potrebbe essere interessata, per esempio, a visitare il LAC di Lugano, oppure i castelli di Bellinzona per non parlare del rivellino di Leonardo a Locarno. Certo, bisogna far sapere che queste cose esistono. Ma si sa, da noi spesso si aspetta sempre che siano gli altri a muoversi per primi.
E intanto la gente continua a rimanere stupita dal fatto che noi, pur venendo dalla Svizzera, “parlate così bene l’italiano”. Colpa loro?
marzio.minoli@teleticino.ch
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