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di Carlo Pizzigoni
Il primo gruppo degli Europei ci permette un discorso sull’identità, culturale e sportiva, circa le squadre che ne fanno parte. Partiamo dalla terra che ospita questo torneo. Igor Ostachowicz è il consigliere più ascoltato del primo ministro polacco Donald Tusk. Per il suo nuovo lavoro ha deciso di uscire dall’anonimato, e di firmare e riaffermare il suo Io con il suo ultimo romanzo: “La notte degli Ebrei Viventi”: un romanzo, ambientato a Varsavia, nei sottofondi del celebre Ghetto. Il libro è uno choc mediatico, che ha prodotto non poche polemiche in Polonia, ma che ha evidenziato, probabilmente come nelle intenzioni di Ostachowicz, una riapertura di considerazioni circa il passato polacco. Gli anni dell’invasione nazista, quelli sotto il giogo sovietico, poi la nascita di Solidarnosc grazie anche al supporto di Papa Wojtyla, e il primo grande terremoto nell’organizzazione di Mosca, che sarebbe crollata di lì a poco.
Il Paese però non si è mai liberato del tutto, non ha elaborato il distacco da un certo tipo di mondo: si è solo svuotato. E quel vuoto, dopo l’esaurimento subitaneo della leadership di Lech Walesa, è stato riempito da un nazionalismo spinto supportato da un cattolicesimo aggressivo e preconciliare, quasi per affermare tutto ciò che negli anni passati era stato negato al popolo polacco. Guardarsi dietro, guardarsi dentro, faceva paura. Il quieto vivere ha scelto di grattare solo la superficie. Il minimo comune denominatore ha allontanato tutte le voci critiche e profonde, si è vissuta una conciliante mediocrità: conveniva a tutti, aiutava a non ricordare, aiutava a vivere. E tale mediocirtà di sistema ha investito in pieno (pure) il calcio polacco.
La grande tradizione del football polacco si è improvvisamente bloccata a metà anni Ottanta, e non c’è più stato nessun altro Boniek, nessun Lato né Smolarek, né Mlynarczyk né Buncol. Tutto evaporato. Oggi la Polonia prova a ripartire, non più solo economicamente, crescono sempre più i dibattiti, anche le polemiche, intorno alla sua storia recente: si guarda dentro e si interroga. È arrivato finalmente il tempo per il delicato processo ma non più procrastinabile, e lo fa anche sotto gli occhi del Mondo, organizzando il campionato europeo (che è più di una manifestazione sportiva), dove comincia a nascere anche una nuova generazione di calciatori, finalmente di buon livello.
La struttura di squadra è cresciuta anche mentalmente in uno dei laboratori più interessanti del Vecchio Continente, il Borussia Dortmund di Jurgen Klopp: c’è capitan Blaszczykowsky, c’è il terzino Piszczek e l’ottimo Lewandowski davanti. Attorno, altri talenti, anche giovani, come l’esterno d’attacco Rybus.
Identità, è quella che sta perdendo ogni giorno di più la Grecia, ingarbugliata in una crisi economica senza fine che ha nefasti sviluppi sociali. Il CT della Grecia è un portoghese troppo poco famoso. Fernando Santos è l’uomo che ha costruito il Porto prima dell’avvento di José Mourinho, ma ha visto riconoscere i suoi meriti solo all’ombra del Partenone, e si è guadagnato sul campo la panchina di Otto Rehhagel, l’uomo di Lisbona, l’uomo che ha portato la Grecia alla vittoria nell’Europeo del 2004, in una delle più grandi sorprese della storia dello sport tutto. Fernando Santos se la gioca con tanti veterani, nella speranza che si accenda davvero la stella di Sotiris Ninis. I giocatori greci sono più che ambasciatori, partono da una nazione in guerra, e sanno che un buon risultato può strappare anche solo pochi minuti di sollievo a un connazionale, per quella strana alchimia che lo sport riesce a trasmettere all’uomo, anche a quello che soffre davvero.
L’assenza di potere che vive la Grecia non esiste in Russia dalla comparsa sulla scena di Vladimir Putin, cui solo il pudore e un briciolo di convenienza gli proibisce l’uso dell’appellativo di Zar. Quanto a durezza, potrebbe essere buon compagno dell’ex membro del KGB, il CT della Russia, l’olandese Dick Advocaat, non a caso soprannominato Little General. Il Calcio Russo ha beneficiato negli ultimi anni di ingenti capitali economici, ma non è ancora riuscito a creare una struttura forte, perso in mille ripicche esaltate dal carattere fumantino e individualista del russo. Coi soldi si era riusciti a convincere il genio di Guus Hiddink a sedere sulla panchina della Nazionale: ha ballato alla grande per una sola stagione, mostrando, negli scorsi Europei, un calcio sopraffino, che si è arreso solo di fronte alla Invecible Armada della Spagna. Poi Hiddink, si è perso in dettagli di poco conto, si è fatto coinvolgere in altri progetti (ultra redditizi, come quello dell’amico Abramovich al Chelsea) ed è riuscito nel miracolo al contrario di non qualificare la Russia al Mondiale del 2010. Soprattutto, ha totalmente disgregato una squadra, che è ritornata ad essere una somma di talenti, spesso di grandi talenti (tipo Dzagoev) ma non più un undici compatto. Advocaat ci ha capito poco, il talento individuale lo ha salvato spesso, ma lui ha già deciso di salutare questa gabbia di matti e finiti gli Europei sprofonderà sulla più tranquilla panchina del PSV Eindhoven. La squadra ha però, come da tradizione, tinte forti, e può venire fuori un’icona meravigliosa.
Non così la Repubblica Ceca, che nonostante la nuova vita di Rosicky, mantiene una squadra di discreto livello ma a tinte grigie, lontana anni luce da quando veniva illuminata dal Pallone d’Oro Pavel Nedved.
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