E’ tempo di riflettere sul futuro del nostro secondo pilastro. A partire dal crollo delle borse del 2000 il tasso minimo di rendimento dei fondi del secondo pilastro è stato continuamente ridotto, passando dal 4% all’attuale 1,5%. Ora si ricomincia ad ipotizzare la riduzione del tasso di conversione attraverso cui gli averi di vecchiaia vengono trasformati in una rendita mensile. Sebbene la riduzione del tasso di conversione sia stata già seccamente bocciata dal popolo il 7 marzo del 2010, sembra che sia questa una delle proposte contenute nel rapporto sulla LPP che il Consiglio federale presenterà prossimamente al Parlamento. Di nuovo non si centrano i nodi veri del secondo pilastro.
I problemi della Legge sulla previdenza professionale sono sostanzialmente due: i costi amministrativi eccessivi delle casse pensioni autonome e delle fondazioni collettive che fanno capo alle grandi compagnie di assicurazione e la grande dipendenza del rendimento degli investimenti dall’andamento dei mercati finanziari. E proprio sulla politica di investimento delle centinaia di miliardi delle casse pensioni occorre riflettere, rimettendo in discussione l’assunto che questi capitali debbano essere prevalentemente investiti nei mercati finanziari, acquistando un po’ di azioni e di obbligazione, qualche materia prima e diversificando con qualche investimento immobiliare.
A partire dal 2'000 la fase di euforia delle borse protrattasi per poco meno di un ventennio si è conclusa. Anche i rendimenti delle obbligazioni sono scesi e addirittura con la crisi dei debiti sovrani europei sono diminuiti anche gli investimenti che si possono considerare sicuri. La situazione è continuata dunque a peggiorare negli ultimi anni soprattutto dopo la grande crisi finanziaria del 2008. Secondo un’inchiesta del Credit Suisse, dal 2000 il rendimento annuo medio delle casse pensioni è stato dell’1,85%.
Non appare dunque più legittimo aspettarsi di ottenere attraverso investimenti in azioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari rendimenti adeguati per giustificare il sistema. E’ pure prevedibile che questa realtà non sia destinata a mutare presto, poiché le autorità monetarie dei principali Paesi occidentali sono impegnate a far uscire l’economia dalla crisi tenendo i tassi di interesse poco al di spora dello zero e ricorrendo ampiamente alla stampa di nuova moneta. Come hanno detto alcuni, siamo entrati in una fase di “repressione finanziaria” voluta dalle banche centrali che ha l’obiettivo di trasferire ricchezza da coloro che risparmiano a coloro che sono indebitati. In altre parole, siamo nel peggiore contesto economico possibile per gestire le centinaia di miliardi di franchi accumulati in Svizzera dal secondo pilastro. Le casse pensioni e le fondazioni collettive che fanno capo alle grandi compagnie di assicurazione attuano per lo più politiche di investimento simili l’una all’altra. Oggi il sistema si deve adeguare al mutato contesto economico e finanziario internazionale. Questa nuova realtà non inibisce le possibilità di investimento, ma rende necessario la realizzazione di investimenti di tipo diverso da quelli effettuati finora dai gestori dei fondi del secondo pilastro.
Innanzitutto si tratterebbe di creare tre o quattro grandi fondi, incaricati di gestire gli 800 miliardi di franchi del secondo pilastro. La parte amministrativa e assicurativa prevista dalla Legge verrebbe sempre gestita dalle casse pensioni autonome o dalle compagnie di assicurazioni. A loro verrebbe dunque tolto unicamente il compito di investire i capitali LPP. Questi fondi, che assomiglierebbero a veri e propri fondi sovrani, si occuperebbero di far rendere il meglio possibile i capitali gestiti. Con questa operazione si avrebbe immediatamente un primo vantaggio di ridurre drasticamente i costi di gestione e si potrebbe ottenere un secondo vantaggio di ottenere rendimenti più elevati grazie ad una gestione più professionale, nonostante il contesto economico e finanziario poco favorevole. L’esperienza dimostra che ciò è possibile. Gli esempi (completamente diversi tra loro) sono il fondo gestito dal miliardario americano Warren Buffett, il fondo sovrano di Singapore Temasek e alcune casse pensioni canadesi.
La strategia di investimento di un fondo sovrano sarebbe quella di investire in progetti sicuri, che forniscono rendimenti continui annui. Questa è la strategia di alcuni fondi pensione canadesi che riescono ad ottenere rendimenti annui attorno al 10%. Essi finanziano grandi progetti di investimento (anche nei grandi Paesi emergenti) che producono redditi continui nel tempo. Questo tipo di investimento sarebbe possibile anche in Svizzera. Basti pensare alla liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica che si è di fatto arenata per il fatto che i produttori posseggono anche le reti di trasporto. Un fondo che gestisce i capitali del secondo pilastro potrebbe acquistare queste reti di trasmissione, che sono molto redditizie, e ottenere quindi un rendimento annuo sicuro. Ovviamente, disponendo di veri specialisti si potrebbero anche finanziare progetti di investimento all’estero.
Insomma, non bisogna arrendersi a quello che sembra il destino di un innalzamento dell’età di pensionamento e di rendite sempre più magre. Occorre rendere più professionale la gestione del secondo pilastro e a tale scopo bisognerebbe creare tre o quattro grandi fondi che gestirebbero questi capitali tenendo conto del mutato quadro economico e finanziario internazionale. Il groviglio dei grandi interessi, che girano attorno alle centinaia di miliardi della LPP, fa prevedere però che una vera e innovativa riforma della Legge sulla previdenza professionale non è all’orizzonte.