Foto CdT
di David Conti
Era iniziata male la stagione del Locarno, con un solo punto racimolato nelle prime quattro giornate e peggio ancora con due sconfitte contro Wohlen e Delémont. «Ecco, siamo già retrocessi» era la cantilena di alcuni dei pochi – dei già di per sé (troppo) pochi... – tifosi delle bianche casacche. Un pessimismo dettato dai risultati non di certo esaltanti delle scorse stagioni, campionati in cui spesso e volentieri sino a pochissime giornate dal termine i locarnesi erano sotto la riga. E invece, con la tranquillità di sempre, società, allenatore e giocatori hanno continuato a lavorare, settimana dopo settimana, con la solita dedizione. Fino ad oggi, giorno in cui il Locarno si può tranquillamente ritenere sano (per la licenza) e salvo (per la classifica). L’unica squadra ticinese – aggiungiamoci pure il Chiasso – ad aver centrato l’obiettivo prefissato ad inizio stagione: certo, manca ancora la matematica, ma la logica dei numeri esclude a priori che il Wohlen riesca ad ottenere 15 punti nelle ultime cinque giornate di quella che tra poche settimane verrà ricordata come la “vecchia Challenge League”.
L’ambiente al Lido non poteva e non può che essere sereno. A giusta ragione, Davide Morandi e i suoi fidi giocatori si godono questo inaspettato momento. «Come il sottoscritto non pensava di trovarsi a cinque giornate dal termine già praticamente salvo, nemmeno gli altri se lo immaginavano – ci ha raccontato lo stesso allenatore delle bianche casacche – Ma è bello pensare che le altre squadre mai avrebbero creduto che fossimo così bravi. Ciò ha destabilizzato tutto il campionato, visto che il Locarno ad inizio era considerato da tutti una vittima sacrificale. E invece, chi adesso ci deve affrontare, lo fa con lo spirito di chi deve dare tutto perché altrimenti non ci batte».
A volte insopportabile
Il merito per quella che ormai è da considerare una salvezza tranquilla va assegnato, come spesso capita in queste circostanze, a tutti. «Il merito principale va sempre ai giocatori, questo lo dico sempre e lo ribadisco. Poi va assegnato al pubblico, ai giornalisti che ci seguono, al comitato, al presidente, ai dirigenti e a tutti coloro che si adoperano per darci un colpo di mano durante l’arco dell’anno. Mi permetto di aggiungere infine, perché se lo meritano, le persone che lavorano a stretto contatto con il sottoscritto. Perché lavorare con me non è assolutamente facile: so di essere pedulante, logorroico, di essere esageratamente severo in certe cose. Un grande ringraziamento va a loro, e non per nulla alla dirigenza ho detto che un eventuale mio rinnovo è strettamente legato alla loro permanenza».
Nessuno indispensabile
Nonostante l’assenza per infortunio di un tassello importante come l’argentino Hassell, il Locarno ha centrato quelle tre vittorie consecutive che hanno permesso a Maccoppi e compagni di distanziarsi definitivamente dalla riga. Nessuno è quindi indispensabile? «Hassell è fondamentale per il Locarno perché i punti che abbiamo fatto prima in parte sono da attribuire anche a lui. Se ci fosse stato, ebbene forse forse avremmo vinto con meno fatica. Non possiamo considerarlo non essenziale: è vero, non ci sono giocatori indispensabili, ma ci sono quelli utili alla causa. E lui è uno di questi. Mariano dev’essere uno di quegli elementi sul quale costruire il Locarno del futuro. È importante».
«I miei due desideri»
Nelle ultime cinque giornate, il Locarno ha voglia di scalare altre posizioni in classifica. «Non guardiamo molto lontano, ma qualcuno andiamo a prendere, questo è sicuro. Ho solo due desideri: che il derby di sabato (domani, ndr) contro il Lugano – che vogliamo battere – sia una partita dagli alti contenuti tecnici e quindi una festa, e che la sfida in casa contro il San Gallo fosse decisiva per entrambe. Noi per la matematica salvezza, loro per l’eventuale promozione diretta. Se i verdi dovessero scendere in Ticino timorosi perché non la possono conquistare in modo diretto, il desiderio è quello di batterli! (anche per cancellare il 5-0 dell’andata, ndr)».
Vivere, non sopravvivere
Con la salvezza in tasca, al Lido si è già iniziato a guardare al prossimo campionato. «Questo sarebbe il momento più facile per dirsi addio, o quantomeno arrivederci. Non perché ho altre mire o per andare altrove visto che potrei anche smettere di allenare, non è un problema. La mia partenza dovrebbe avvenire per permettere alla società di crescere ancora, perché a questo punto è importante crescere. Il Locarno non dovrà più sopravvivere, bensì vivere questa categoria. Tra l’altro continuo a picchiare il chiodo: la gente (che spesso ha disertato il Lido, ndr) deve capire quello che di straordinario abbiamo fatto».
Crescere tutti insieme
Spesso, in questo periodo, si è parlato del contratto che lega Davide Morandi alla società. Dopo due anni di lavoro è difficile immaginare queste due identità separate. Tuttavia, il prossimo potrebbe anche essere quello di troppo. «La mia decisione è proprio legata a questo aspetto. Se sarò ancora nelle identiche condizioni attuali, ebbene non sarò più l’allenatore delle bianche casacche. Se invece tutti insieme faremo un passo in avanti ci sono forti probabilità che io continui. È come una tabella “excel” con tre colonne: ci sono la società, lo staff e i giocatori e infine la città. Se questi tre elementi salgono assieme rimango, ma se solo uno di questi tre dal lato organizzativo, della coesione, della comunicazione o della collaborazione non dovesse salire, ecco che non posso rimanere. Sarebbe impossibile, perché rischierei di... bruciarmi. E non lo voglio fare, ma soprattutto non voglio che l’anno prossimo il Locarno parta con la nomea di candidata alla retrocessione. La volontà è quella di partire con le stesse credenziali di chi la promozione la vuole conquistare. Ciò non significa che si vuole salire in Super League, ma che ce la vogliamo giocare con tutti».
Professionismo obbligato
A Locarno sono ormai tutti professionisti. Eccezion fatta per Monighetti, Panizzolo e Lucic, tutti gli altri pensano solo ed esclusivamente al calcio. «Non dobbiamo più nasconderci dietro a un dito, tutti gli altri non fanno niente. Quasi la totalità dei miei ragazzi si può allenare a qualsiasi ora. Non siamo più la squadra dei dopolavoristi. Infatti l’anno scorso ho dato un taglio netto a chi non si poteva allenare in qualsiasi orario: a questi livelli è impensabile. Come valutare il professionismo? Dagli stipendi elargiti? Io dico di no. Viene valutato appunto dalla disponibilità dei giocatori ad allenarsi in funzione di un obiettivo più alto. Se nel Locarno ci saranno 4-5 elementi che avranno bisogno, anche per questioni culturali o mentali, di fare 2-3 ora di lavoro giornaliere che permettano loro di rimanere attaccati alla realtà, a me non disturba, però questa professione non potrà essere vincolante per il calcio. Se decido di allenarmi alle 7 del mattino, i giocatori si allenano alle sette del mattino».
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