OSPITI BLOG | 26.08.2011 | 13:15
 
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Nenad Stojanovic: scoprire il Ticino camminando

Talvolta i politici sono lontani, troppo lontani, dai cittadini e dal territorio. Forse, mi son detto, potrebbe essere utile seguire la massima machiavelliana e salire sui monti per osservare meglio le nostre valli, e scendere in valle per rendersi conto dell’importanza dei monti, cercando nel contempo il dialogo con coloro che vivono su questi monti e in queste valli. Ciò spiega il motto – «A contatto con i cittadini, alla riscoperta del territorio» – che ho scelto come fil rouge del giro del Ticino a piedi effettuato in dieci giorni, fra il 13 e il 22 agosto. L’obiettivo era di raggiungere i principali valichi di confine fra Italia e Svizzera. Ecco alcuni appunti, impressioni e riflessioni di questo viaggio.

Il confine esiste ancora, ma le frontiere non ci sono più.

La frontiera, così come siamo abituati a pensarla, non esiste più! Solo pochi valichi sono ancora controllati dalle guardie di confine (svizzere o italiane che siano). Nella maggior parte dei casi uno può transitare liberamente fra Svizzera e Italia. Ciò non vuol dire che i confini sono spariti o che le guardie di confine non hanno più niente da fare. I controlli di dogana sono infatti diventati mobili e possono essere effettuati in qualsiasi momento, in qualsiasi posto. A Chiasso, tuttavia, vi è ancora una lunga rete metallica che divide il territorio svizzero da quello italiano. Perché? Per far sì che un abitante di Chiasso possa continuare ad avere l’impressione – leggi: illusione – che la frontiera sia ancora reale? L’apertura delle frontiere, una conseguenza degli accordi di Schengen, viene spesso associata a problemi. Ma per chi ci vive vicino lo percepisce anche come un’evoluzione positiva, come un’opportunità. Fino a qualche anno fa, per esempio, il confine fra Indemini e Biegno (I) era chiuso di notte. Oggi è sempre aperto e non è più controllato. Gli abitanti di Indemini che abbiamo interpellato ci hanno detto che preferiscono di gran lunga la situazione attuale e che non hanno osservato alcun aumento di “clandestini” o di furti.

Gli elettori ci sono, ma a volte si dimenticano di votare...

«Alle elezioni cantonali di aprile non abbiamo votato... perché ci siamo dimenticati.» Queste le parole di una coppia sulla sessantina che abita in un villaggio di confine. Anni fa erano molto interessati alla politica, ed erano pure attivi nelle associazioni di volontariato vicine alla sinistra, ma ora sono in pensione e hanno altre preoccupazioni e altri progetti di vita. La politica non è (più) una priorità per loro e così può succedere che si dimentichino di votare. Essi fanno parte di quel 41,5% dei cittadini che non si è recato alle urne alle elezioni cantonali di aprile (e vi è da scommettere, in base ai risultati degli anni passati, che alle elezioni federali questa percentuale crescerà ulteriormente). Ecco una sfida per i partiti: come riuscire a raggiungere questi cittadini, neanche tanto per «convincerli» a votare, ma semplicemente per ricordare loro che si vota? La possibilità di votare per corrispondenza nelle elezioni federali, per la prima volta in Ticino, potrebbe facilitare la partecipazione di queste persone ma occorrerebbe ripensare le modalità per ricordare loro che si vota. Per esempio telefonando a casa? O bussando alle porte? Gli invii cartacei finiscono spesso nella catena di riciclaggio prima ancora di essere letti...

Parlare di politica con tutte le categorie di lavoratori

Incontri inaspettati. Incontri arricchenti. Nel Mendrisiotto due guardie di confine ci offrono il pranzo, preparandolo nella piccola cucina presso una dogana ancora occupata: uno squisito risotto ai funghi porcini, accompagnato da una bottiglia di merlot. Ci raccontano il loro lavoro quotidiano, ci tengono affinché la loro immagine non sia associata a personaggi cattivi che catturano i clandestini e basta. «Nessun giornale ha scritto che abbiamo anche aiutato i rifugiati, offrendo loro la prima assistenza, coperte, bibite...» Anche questi gesti meritano riconoscenza e rispetto. Nel Luganese incontriamo un giovane che lavora come imbianchino per conto proprio. Nessun astio verso la concorrenza che proviene dall’Italia anche se gli è già capitato di perdere lavori nonostante avesse abbassato la sua offerta del 20%. «La mia ricetta è di fare il mio lavoro con il massimo impegno e di puntare sul passaparola. I clienti sono disposti a pagare di più se sanno che il lavoro viene effettuato con serietà, usando materiali di qualità.» Anche questo è un modo per affrontare gli aspetti meno belli della libera circolazione. Nel Locarnese siamo invitati a cena in casa di una famiglia di campagna: lui, venuto in Ticino dalla Svizzera tedesca una trentina di anni fa, è un allevatore di capre, lei, romanda, dà una mano nel negozio di alimentari, i figli sono nati e cresciuti in Ticino e parlano francese, svizzerotedesco, tedesco, italiano, dialetto ticinese... Una famiglia di contadini, una famiglia aperta, una famiglia di sinistra. Allevare le capre non deve essere un lavoro semplice, ma subito intuiamo che lo fanno con amore, rispetto per la natura, orgoglio. Ciò ci aiuta a renderci conto che dietro il prezzo di un formaggio si cela tutto un mondo e che forse sbagliamo quando, per risparmiare qualche franco, scegliamo i prodotti delle grandi catene invece di quelli dei piccoli produttori locali.

Il Ticino è piccolo, il Ticino è grande

«Che bella idea! Ma sei sicuro che ce la farai, a percorrere il Ticino in 10 giorni?» Quando si viaggia esclusivamente in automobile o in treno non si ha la stessa percezione delle distanze. Viaggiare a piedi permette di vivere il territorio in un modo diverso e di scoprire persone nuove, ma anche di relativizzare le distanze. Bastano, per esempio, sette ore per andare da Quartino a Lugano, via Monte Ceneri e il piano del Vedeggio, seguendo in buona parte dei bellissimi sentieri antichi (strada romana, strada regina...). Il Ticino è molto più piccolo di quanto pensiamo. Le persone che ho incontrato mi hanno però fatto capire che il Ticino è al tempo stesso più aperto, più tollerante, più generoso e più grande di quanto siamo tentati di credere, sbagliando.

 




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