di Piergiorgio Giambonini
JAROSLAV BEDNAR, il Lugano sarà la tua 12ª squadra nelle ultime 14 stagioni: solo nello Slavia Praga sei rimasto quattro anni. Scelte o destino?
"Scelte, quasi sempre mie, e in qualche occasione dettate dal mercato e dalle sue... leggi. Io sono sempre stato uno sportivo e una persona in cerca di nuove sfide, tant’è vero che già dieci anni fa avevo lasciato la Finlandia dopo quelle che rimangono a tutt’oggi le mie migliori due stagioni in assoluto, e l’avevo fatto per ripartire da zero oltre oceano. E lo stesso ho fatto dopo aver vinto il campionato in Russia, e poi di nuovo in Cechia, dove ho giocato tre finali in quattro anni e vinto anche lì un titolo. Io la motivazione la cerco anche nell’affrontare situazioni nuove."
Perché, comunque, il top-scorer dei playoff lascia la squadra campione, rinuncia ad altre offerte e firma a Lugano, dove da cinque anni quando va bene si arriva ai quarti di finale?
"Ho lasciato il Davos perché chiedevo da tempo un nuovo contratto di due anni e loro non mi davano risposta, se non che alla mia età avrei dovuto accontentarmi di una stagione alla volta. E allora un bel giorno, a metà febbraio, ho dato loro tre ore di tempo per decidere, e poi ho firmato a Lugano. È vero, avevo offerte da molti altri club, come il Berna, il Ginevra e alla fine anche il Kloten, ma il Lugano per me significa appunto una nuova sfida estremamente motivante, con una squadra che aveva un buon potenziale già lo scorso inverno, e che ora è stata rinforzata."
Hai iniziato la scorsa stagione con il Davos con un ingaggio all’ultimo momento “grazie” all’infortunio di Sejna, e l’hai conclusa come top-scorer della squadra campione...
"Vedi come cambiano velocemente le cose nello sport! Dopo Omsk ero senza contratto e ho dovuto aspettare fino a settembre, poi il campionato è andato alla grande, eppure non si sono fidati a confermarmi. E bene ha fatto allora il Lugano a puntare su di me! Queste situazioni fanno parte del nostro lavoro e bisogna conviverci, nel bene e nel male."
Ala sinistra punto e basta?
"Assolutamente no. In quel ruolo sono stato schierato a Davos, ma ho già giocato sia come centro che come ala destra: il coach mi dice dove mi vuole schierare e cosa devo fare, e io lo faccio. Nessun problema."
Vincente in tre diversi campionati europei, eppure selezionato per due soli Mondiali con la Cechia...
"Sembrerà strano, e un po’ lo è. Ma i motivi andrebbero chiesti all’allenatore e non a me."
A Lugano avrai la maglia numero 19 che ti ha portato fortuna a Davos?
"Il 19 era il mio numero già nei primissimi anni in prima squadra, ma non ricordo il perché, e nemmeno perché l’ho poi ritrovato a Davos. Ma a Lugano mi è stato detto che avrò il 21, e mi sta bene così: nuova squadra, nuovo inizio, nuova motivazione, e poi sento che il 21 in questo momento è il numero giusto..."
Esattamente al contrario di Bednar, KIMMO RINTANEN in carriera ha cambiato pochissimo: Rauma e Turku (più una stagione allo Jokerit) in 11 anni di Finlandia, poi 10 a Kloten. Destino o voglia di continuità?
"L’uno e l’altra, perché quando mi trovo bene in un club e in un posto, non ho motivo né interesse a cambiare... Anche il trasferimento da Kloten a Lugano è la conseguenza di una scelta non mia, ovvero delle decisione – già in novembre – dei Flyers di non rinnovare il mio contratto. È stata dura da accettare, perché un cambiamento del genere dopo tanti anni e alla mia età, e all’età (scolastica) dei miei figli, quando è imposto non è mai piacevole. Ma poi me ne sono fatto una ragione, e oggi tutto questo lo vivo come una nuova opportunità e quindi una nuova motivazione."
Mai pensato di smettere, in quei momenti? O se non altro di tornare in Finlandia?
"A 37 anni capita di pensare al giorno in cui smettere, è chiaro, e ogni volta mi dico che fin quando mi sento fisicamente e mentalmente in grado di mantenere determinati livelli di rendimento, vado avanti. E oggi mi sento ancora perfettamente all’altezza della situazione. Quella di tornare in Finlandia a un certo punto sembrava l’opzione migliore per tutta la famiglia, anche per cominciare a pensare al dopo-hockey, ma quando mia moglie mi ha detto che sarebbe rimasta volentieri in Svizzera non ho più avuto dubbi..."
La presenza del tuo amico Nummelin a Lugano è stata determinante nella tua scelta?
"Diciamo che è stato uno dei fattori che mi hanno convinto a firmare con l’HCL. Già in passato qualche volta ne avevamo parlato, ma più a livello di battute, anche perché non era il momento giusto per cambiare."
Dalla finalista dei playoff a una squadra reduce dai playout: è una scelta in qualche modo... coraggiosa.
"È una sfida, questo sì. Ma proprio per questo ancora più motivante. Il Lugano ha sicuramente il potenziale necessario ed è sulla strada giusta per tornare ad essere una squadra vincente, e io sono qui per dare il mio contributo. E poi in tutta la mia carriera non ho mai avuto un coach nordamericano, e pure questa per me è una sfida nuova e stimolante."
Mai un coach nordamericano, e mai il Nord America: non averne avuto l’opportunità è motivo di rimpianto?
"Non direi, nel senso che non ci ho mai perso il sonno... Mi sarebbe piaciuto, qualche contatto c’era stato con Atlanta e Columbus prima di trasferirmi a Kloten, ma non se n’era fatto nulla. E in fondo è stata una fortuna, perché in Svizzera ho trovato il “mio” hockey. Sono insomma soddisfatto delle scelte fatte finora e quindi di tutta la mia carriera, e non è ancora finita..."
A Lugano, però, non potrai avere il tuo numero 33...
...che mio però era diventato per forza di cose quando arrivai a Kloten: avevo sempre giocato col 32, ma alla Schluefweg era stato “ritirato” in onore di Eldebrink, e allora mi diedero il 33. Adesso mi tocca di nuovo cambiare: a Lugano giocherò col 23, e va benissimo così!