Foto CdT
di Piergiorgio Giambonini
La faccia, lo sguardo, le espressioni: non fosse il top-scorer dell’Ambrì (e della nazionale Under 20), il ruolo di “Pierino la peste” potrebbe calzargli a pennello. Ma lui, Inti Pestoni, è il top-scorer dell’Ambrì (e della nazionale Under 20), e quella faccia da simpaticissimo (ex) monello preferisce portarsela in giro nelle piste di hockey assieme al suo enorme talento e a quel “power” offensivo di cui tutti noi che questo sport lo viviamo e lo amiamo chiedendo in cambio soprattutto emozioni, gli siamo grati e riconoscenti. Perché lui, Inti Pestoni, con l’entusiasmo e la positività dei suoi diciannove anni, è il condensato di tutto ciò che dell’hockey fa (o perlomeno dovrebbe fare) uno sport “spettacolare”.
Averlo oggi, in questa pagina, ospite della nostra passerella mensile di giovani e giovanissimi sportivi emergenti in questo piccolo Ticino di grande sport, è allora occasione privilegiata per conoscere e far conoscere meglio un ragazzo che 14 mesi fa non era... nessuno e che oggi è il nuovo idolo della Valascia. Segni del destino e della storia: la sera dell’esordio in prima squadra di Inti – allora top-scorer degli Juniori Elite – il 21 novembre 2009, iniziò con il “ritiro” della maglia di Nicola Celio e finì con la vittoria ai rigori sul Langnau che chiuse una nerissima serie-record di 12 sconfitte consecutive.
Partiamo allora da quell’esordio in qualche modo a sorpresa.
A sorpresa anche perché sarebbe potuta andare in tutt’altra maniera nei tempi e nei modi... La sera prima avevamo giocato con gli Juniori contro il Berna, e Laporte e il nostro allenatore Luca Cereda avevano detto ad Incir e a me che avrebbero scelto uno di noi due per la partita del sabato con la prima squadra: insomma, ce la siamo fatta fuori io e Ivan... Poi però fino a Natale non ho praticamente più giocato, e quando verso la fine dell’anno sono stato di nuovo convocato a un allenamento, a causa di un malinteso sono arrivato alla pista che gli altri erano già sul ghiaccio da mezzora: ma Laporte ha capito che non era colpa mia, e quando mi sono presentato mi ha messo in linea con Duca e Westrum. Ho pensato che mi prendesse in giro, e invece al loro fianco ho giocato le prime due partite di gennaio e poi i playout, e ho finito appunto la stagione con la prima squadra.
Da un giorno all’altro l’hockey ti ha cambiato la vita, e tra le tante cose che hai dovuto subordinare allo sport vissuto da professionista ci sono stati i tuoi impegni scolastici.
Premesso che io e la scuola non siamo mai andati d’accordissimo, perché ho sempre preferito l’hockey e gli amici (e da qualche mese anche la ragazza...), sono del tutto consapevole dell’importanza di completare una formazione. Per questo ho deciso di dividere in due il corrente anno di corsi alla scuola per sportivi d’élite di Tenero, che frequento quindi “solo” il martedì pomeriggio e il mercoledì, per un totale di più o meno sei ore settimanali. In questo senso ho anche una sorta di promessa da mantenere nei confronti di mio padre che lo scorso anno, visto che a scuola non mi impegnavo più di tanto, mi aveva permesso di dedicarmi per una stagione solo all’hockey, “imponendomi” però degli obiettivi sportivi, tipo entrare nella rosa nella prima squadra o fare i Mondiali U20. E visto che li ho raggiunti entrambi, adesso voglio dedicarmi nel limite del possibile anche agli studi, o almeno provarci... L’obiettivo che mi sono posto è di ottenere il diploma commerciale nel giro di quattro anni.
Questo più altri tre anni, un po’ come il nuovo contratto firmato da poco con l’HCAP.
Non è stata una decisione difficile neanche quella. Non ho un agente, delle mie cose si occupa il papà (Erico, direttore amministrativo del club biancoblù, ndr) e ne abbiamo parlato in famiglia, e tutti la pensiamo allo stesso modo: a 19-20 anni prioritario non è e non deve essere l’aspetto economico. Alla mia età l’importante è giocare, divertirsi e migliorare. Ho accettato la prima offerta fatta dall’Ambrì, senza nessun tipo di dubbio.
Ma, si narra, anche senza una clausola liberatoria per il Nord America...
Non so, sinceramente, se ci sia o meno: so che con Aeschlimann non se ne è parlato, ma penso che se dovesse arrivare una proposta in quel senso una soluzione comunque la troveremmo. Ma non ci voglio nemmeno pensare: da due stagioni gioco in LNA e con la nazionale Under 20, eppure l’ultimo e unico contatto avuto risale a due anni fa in vista del Draft del campionato juniori canadese, poi all’ultimo momento quel club (di cui non ricordo neanche il nome...) cambiò idea. Da allora non sono più stato avvicinato da nessuno “scout”, quindi è inutile vivere di sogni. E poi qui mi trovo benissimo, ho molto spazio e fiducia, gioco in prima linea e in power-play, insomma qui sono davvero nelle condizioni in tutto e per tutto ideali per crescere, ed è per questo che mi sono impegnato fino al 2014 con l’HCAP.
GREGORY HOFMANN,
AMICO PER LA PELLE
Della Svizzera ottima quinta ai Mondiali giocati un mese a fa a Buffalo, negli USA, Inti Pestoni è stato il top-scorer con un bottino personale di 5 reti e 2 assist, andando a segno in cinque delle sei partite giocate (e la sesta i nostri l’han persa “a zero”), e la sua linea (completata dall’altro talento biancoblù Grégory Hofmann, con 1 gol e 2 assist terzo miglior marcatore della squadra) è stata l’unica rossocrociata a chiudere il torneo con una statistica +/– in attivo. Pestoni è stato votato miglior giocatore svizzero contro il Canada, Hofmann contro la Slovacchia e la Finlandia. E Pestoni è stato premiato anche come miglior attaccante rossocrociato. A titolo di paragone: il già e futuro NHL Nino Niederreiter a Buffalo ha totalizzato 2 gol e 2 assist e nemmeno un premio individuale.
Inti, quella tra te e Grégory Hofmann è un’amicizia che va ben oltre l’ormai perfetta intesa sul ghiaccio.
Sicuramente sì! Mi ricordo quando è arrivato ad Ambrì cinque anni fa per giocare nei Novizi: io ero infortunato e il suo esordio l’ho seguito dalla tribuna, e mi sono detto subito che «quello è davvero forte, voglio giocare con lui!». E di lì a due partite ci siamo infatti ritrovati compagni di linea, e da allora nel settore giovanile abbiamo quasi sempre giocato assieme. Inutile dirlo: Greg è il compagno e l’amico con cui mi trovo in assoluto meglio, sul ghiaccio e fuori.
Nell’Ambrì per ora giocate raramente assieme, e la gioia di poterlo fare ai Mondiali immagino sia stata per questo ancora più grande.
Sì, anche perché il Mondiale è andato bene sia per noi due personalmente che come squadra. Sapevamo che il livello sarebbe stato molto alto, ma fin dall’inizio l’allenatore Richard Jost ci ha detto di non pensare troppo al gioco offensivo e di concentrarci sul lavoro difensivo, facendo le cose semplici, come si usa dire. Ed è quello che abbiamo fatto. Poter tornare a giocare, tra amichevoli e Mondiale, per tre settimane con Hofmann è stato davvero bello, e se il mio torneo è andato così bene anche a livello... statistico lo devo pure a lui, e all’altro nostro compagno di linea, prima Schäppi e poi soprattutto Sven Bärtschi, che gioca un hockey molto offensivo come noi due: per questo all’inizio il coach forse non si fidava troppo a mettere assieme un terzetto di indole così... sbilanciata, ma poi le cose sono andate per il meglio, anche perché sia io che Grég ci siamo trovati molto bene sulle piste piccole nordamericane. Lì tutto è più veloce, intenso e fisico, e l’hockey lo si gioca come piace a me...
VALASCIA
SECONDA CASA
Hai parlato della tua famiglia: quanto è stata e quanto è importante nella tua vita di giovane sportivo ora professionista?
Importantissima. Fondamentale. La nostra è una bella famiglia, molto unita, dove si scherza molto, un po’ pazza... I miei mi aiutano moltissimo anche a tenere i piedi per terra: senza di loro non sarei arrivato dove sono, fermo restando che sono appena agli inizi e che il più rimane da fare... A casa, insomma, mi trovo benissimo, e per ora non ho motivo di andare a vivere per conto mio.
Da casa tua vedi la Valascia e sei tra gli appena 3-4 giocatori della prima squadra che ancora vivono in paese. Il collega Pelli sul CdT recentemente ti ha definito, a giusta ragione, il “testimonial perfetto” dell’HCAP. Una gran bella responsabilità...
Io non la vedo così, o comunque non ci penso più di tanto. Per me è soprattutto un sogno che si sta realizzando passo dopo passo, giorno dopo giorno. Sono cresciuto a cento metri dalla Valascia, la vedo dalle finestre di casa, ho passato buona parte della mia vita su quel ghiaccio a giocare con la maglia biancoblù e in Curva Sud a tifare Ambrì, ma non per questo mi metto addosso una pressione particolare. L’HCAP ce l’ho da sempre nel cuore: tutto qui, né più, né meno.
Parliamo di quelli che sono stati gli idoli della tua infanzia e della tua adolescenza, cominciando dall’ultimo in ordine di tempo, ovvero – un po’ a sorpresa – Grégory Sciaroni.
Potrà anche sembrare strano, visto che ha solo due anni più di me... Ma nel settore giovanile era compagno di squadra di mio fratello Nauel (che nel frattempo ha smesso) e il suo modo di giocare e il suo stile mi piacevano moltissimo. Io nei Moskito avevo la maglia numero 10, poi col passaggio di categoria quel numero era già occupato e allora ho chiesto di avere il 18 come Sciaroni, e non l’ho più mollato. L’avrei voluto anche nella nazionale Under 20, ma non è stato possibile e allora ho preso il 16 perché gli assomiglia...
Sciaroni però alla tua età ha lasciato l’Ambrì per Davos...
Non spetta certo a me giudicare le sue scelte, e poi a Davos sta facendo molto bene, quindi posso solo essere contento per lui.
Gli altri tuoi idoli da giovanissimo tifoso sono stati Petrovicky e Trudel.
...e anche Petrov, ma lì ero davvero ancora molto piccolo. Quando l’Ambrì cambiava attaccante straniero io sceglievo il mio nuovo idolo, e ho sempre scelto – come avrete capito – giocatori di indole molto offensiva e spettacolare. In assoluto il mio giocatore preferito è del resto Ovechkin: le sue finte sono straordinarie. Mi piace l’hockey nordamericano, ma onestamente preferisco lo stile russo.
Sportivo ticinese dell’anno 2010 nella categoria giovani: una gran bella soddisfazione anche questa.
Sicuramente sì, e anche una forte emozione, perché quel premio è stato il frutto, inaspettato, di una votazione che ha coinvolto moltissima gente e quindi la dimostrazione che il pubblico apprezza quello che sto facendo.
Il “power” offensivo è il tuo punto forte: in cosa, invece, devi ancora migliorare il tuo hockey?
Sicuramente nel gioco fisico e in quello difensivo, e poi ovviamente a livello di dettagli, tipo la gestione del disco in certe zone del campo, imparare a fare le piccole cose giuste al momento giusto, non forzare le giocate...
Ultimissima domanda: è vero che il tuo nome, Inti, non ti piace?
Confermo... Non mi va troppo a genio, ma se non altro da queste parti sono comunque tra i pochissimi ad averlo, e allora mi va bene così.
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